ADDIO, NEGOZIETTI...
Non posso fare a meno di provare una stretta al cuore quando vedo chiudere, uno dopo l'altro, i negozietti di quartiere: mercerie dove trovavi i bottoni spaiati, alimentari che ti porgevano la fetta di mortadella per un assaggio, macellai che ti davano consigli su come cuocere l'arrosto... E' un piccolo mondo affettuoso che sta scomparendo, mentre avanza - come un panzer supertecnologico e spietato - la GRANDE DISTRIBUZIONE, con i megastore che ti frastornano con la loro musica a palla, le abbondanze nauseanti da paese di bengodi, e dove giri come una trottola per un'ora prima di trovare il gambo di sedano che ti mancava. Un'ode pantagruelica al consumismo e all'obesità di massa.
Gli anziani che non hanno l'auto si trovano a malpartito, privati di questi negozietti di prossimità che soddisfano i loro bisogni sobri. I vecchi (ma sì, chiamiamoli con il loro nome, senza ipocrisie lessicali!) rifuggono - vuoi per motivi economici, vuoi per motivi legati all'età - all'imperante orgia del TROPPO che ci travolge... Loro cercano il piccolo, l'appartato, l'umano. E hanno ragione.
Voglio quindi innalzare un'elegia piena di tristezza e nostalgia per questa ecatombe silenziosa e rivolgere a noi tutti un "consiglio per gli acquisti": se abbiamo un negozietto cui siamo affezionati, non abbandoniamolo al suo destino, aiutiamolo a stare in piedi preferendolo quando possibile all'ipermercato.
Basterebbe forse questa piccola volizione da consumatori ancora dotati di libertà di scelta (e di testa) per salvare tante piccole realtà di quartiere, che ancora resistono.
Buon (e sobrio) Natale a tutti !
giovedì 18 dicembre 2014
martedì 27 maggio 2014
ANCORA EXPO... E LA CITTA' MALATA
E' un tema abusato, lo so. Ma come si fa a non evidenziare le troppe cose che non vanno? La prima : la premiata ditta Mazzette & Co. è sempre al suo posto, non ci sono "mani pulite" che tengano, dove c'è qualche goloso appalto in cui piazzare i propri protetti in cambio di una bella stecca. La consueta figuraccia internazionale anche questa volta è assicurata. Devo dire una cosa impopolare: l'italiano tipo è assuefatto, quando non direttamente coinvolto, nella gestione "allegra" di piccoli e grandi "affari", dal non richiedere la fattura in cambio di sconti, all'accettare supinamente ogni genere di violazioni e soprusi. Il tormentone del senatore Razzi ("Fatti i c...i tuoi!") potrebbe degnamente assurgere a motto nazionale. Il paradosso è che l'Italia è il paese con più leggi al mondo. Peccato che nessuno le rispetti e le faccia rispettare. Poi ci incazziamo se una rivista tedesca (Der Spiegel) ci mette in copertina con il classico piatto di spaghetti e la mazzetta sopra! Ma siamo proprio sicuri che, sotto sotto, la nostra essenza civile non sia proprio questa?
La seconda: come scrivevo in un post precedente, Milano ha l'aria di non essere affatto pronta a dare un'immagine decente di se stessa. Guardiamoci in giro: torme di accattoni ci assillano ad ogni angolo. Si va dal rom che ci spruzza l'acqua sporca sul parabrezza per costringerci a lasciarglielo lavare, al tipo di colore che ti pianta il cappello ad altezza stomaco per mendicare spiccioli, dalla numerosissima tribu di africani appostati davanti al cinema per piazzarti il libro con le fiabe swahili, allo storpio che mostra il moncherino per estorcerti un po' di pietà travestita da elemosina. E potrei continuare per molto, elencando le innumerevoli faune che popolano le strade milanesi e ci angariano i pochi momenti di passeggiata in città, quasi tutte facenti capo a orribili racket che arrivano a menomare le loro vittime per renderle "adatte" a suscitare i nostri sensi di colpa. Non diamogli assolutamente niente. Non incoraggiamo questa sotterranea "tratta" umana, che passa impunita sotto gli occhi distratti delle autorità. A questo proposito: forze dell'ordine, dove siete? Sindaco Pisapia, dove vivi? Possibile che a te o a qualcuno dei tuoi assessori sfugga questa vergognosa realtà? Silenzio.
La terza : il cosiddetto decoro urbano non è mai stato così vilipeso, nella generale indifferenza, se si fa eccezione per gruppi di cittadini volenterosi che si danno da fare. L'ho scritto molte volte e non mi stancherò di ripeterlo, fino alla consunzione. NON POSSIAMO permettere che la città sprofondi nel totale abbandono : scarabocchi che coprono intere facciate di edifici, anche storici, vagoni della metropolitana resi ciechi dagli spray dei vandali, indicazioni viabilistiche e targhe di vie rese illeggibili (mi chiedo come faranno i poveri turisti), insomma una marea di brutture che tracima ovunque, senza limiti, senza rispetto e senza legge. E infine la sporcizia. Dappertutto. E anche fetori degni dei peggiori angiporti: avete mai camminato nei pressi della stazione Cadorna, in giorni assolati? Vi assalirà un terribile puzzo di orina, proveniente dalle centinaia di minzioni "all'aperto" dei moltissimi drop out che stazionano nei pressi e distribuiscono i loro escrementi per ogni dove, sotto lo sguardo impassibile dei vigilantes e degli ausiliari ATM. Nessuno che fiati. Ma i nostri amministratori, invece di porre rimedio a questi sconci, pensano alla Expo Gate, una orribile struttura che chiude il bel cono visivo del Castello e lo incornicia di oscene ferraglie. E a mo' di ciliegina, autorizzano le bancarelle nei suoi giardini : puzza di fritto, urla, cartacce svolazzanti, un'aria da sagra della salamella che avvilisce e deprime. Che tristezza. Non vedo l'ora che Expo finisca e tutte queste miserande visioni tornino a essere riservate a noi soli, come una vergogna da non esibire. Almeno questo.
La seconda: come scrivevo in un post precedente, Milano ha l'aria di non essere affatto pronta a dare un'immagine decente di se stessa. Guardiamoci in giro: torme di accattoni ci assillano ad ogni angolo. Si va dal rom che ci spruzza l'acqua sporca sul parabrezza per costringerci a lasciarglielo lavare, al tipo di colore che ti pianta il cappello ad altezza stomaco per mendicare spiccioli, dalla numerosissima tribu di africani appostati davanti al cinema per piazzarti il libro con le fiabe swahili, allo storpio che mostra il moncherino per estorcerti un po' di pietà travestita da elemosina. E potrei continuare per molto, elencando le innumerevoli faune che popolano le strade milanesi e ci angariano i pochi momenti di passeggiata in città, quasi tutte facenti capo a orribili racket che arrivano a menomare le loro vittime per renderle "adatte" a suscitare i nostri sensi di colpa. Non diamogli assolutamente niente. Non incoraggiamo questa sotterranea "tratta" umana, che passa impunita sotto gli occhi distratti delle autorità. A questo proposito: forze dell'ordine, dove siete? Sindaco Pisapia, dove vivi? Possibile che a te o a qualcuno dei tuoi assessori sfugga questa vergognosa realtà? Silenzio.
La terza : il cosiddetto decoro urbano non è mai stato così vilipeso, nella generale indifferenza, se si fa eccezione per gruppi di cittadini volenterosi che si danno da fare. L'ho scritto molte volte e non mi stancherò di ripeterlo, fino alla consunzione. NON POSSIAMO permettere che la città sprofondi nel totale abbandono : scarabocchi che coprono intere facciate di edifici, anche storici, vagoni della metropolitana resi ciechi dagli spray dei vandali, indicazioni viabilistiche e targhe di vie rese illeggibili (mi chiedo come faranno i poveri turisti), insomma una marea di brutture che tracima ovunque, senza limiti, senza rispetto e senza legge. E infine la sporcizia. Dappertutto. E anche fetori degni dei peggiori angiporti: avete mai camminato nei pressi della stazione Cadorna, in giorni assolati? Vi assalirà un terribile puzzo di orina, proveniente dalle centinaia di minzioni "all'aperto" dei moltissimi drop out che stazionano nei pressi e distribuiscono i loro escrementi per ogni dove, sotto lo sguardo impassibile dei vigilantes e degli ausiliari ATM. Nessuno che fiati. Ma i nostri amministratori, invece di porre rimedio a questi sconci, pensano alla Expo Gate, una orribile struttura che chiude il bel cono visivo del Castello e lo incornicia di oscene ferraglie. E a mo' di ciliegina, autorizzano le bancarelle nei suoi giardini : puzza di fritto, urla, cartacce svolazzanti, un'aria da sagra della salamella che avvilisce e deprime. Che tristezza. Non vedo l'ora che Expo finisca e tutte queste miserande visioni tornino a essere riservate a noi soli, come una vergogna da non esibire. Almeno questo.
giovedì 20 marzo 2014
EXPO....sizione di schifezze???
L'Expo si avvicina, più minaccioso che promettente. Ma la città di M non pare affatto pronta a ricevere degnamente le milionate (?) di turisti in arrivo dai cinque continenti, terribilmente ansiosi di visitare questo luogo di delizie....
Ho provato a gironzolare in lungo e in largo, cercando di guardarmi intorno con gli occhi del visitatore. E ne ho ricavato un'impressione deprimente. E' questa la Mirabilandia che presenteremo al mondo?? Prescindendo dai preoccupanti ritardi dei lavori in corso a Rho, con canali prima osannati e poi cancellati, infiltrazioni di organizzazioni criminali negli appalti e simili amenità, è veramente miserevole lo stato in cui versa questa "grande capitale della moda e del design". Vediamone qualche aspetto :
Ambiente urbano : giardini abbandonati al loro destino, zeppi di cartacce & cacche canine (anche in centro) - marciapiedi sconnessi e altrettanto sporchi - case ricoperte da orridi scarabocchi (qualcuno li chiama ancora graffiti o street art, nientepopodimeno! Ma quali graffiti?? Ma quale street art??? Qui c'è solo vandalismo becero!!!) - monumenti imbrattati e/o coperti di escrementi di piccione.
Viabilità : qui vige l'anarchia totale - auto parcheggiate ovunque, in quarta fila, davanti ai passi carrai, sulle strisce e sui giardinetti - automobilisti perennemente inferociti, armati di clava e turpiloquio facile - ciclisti che viaggiano a manetta sui marciapiedi o contromano, con l'onnipresente cellulare all'orecchio, zizzagando pericolosamente tra i pedoni - motociclisti per i quali il Codice della Strada non vale, che passano col rosso, superano a destra e a sinistra in contemporanea, o che (furbi come Fiorello) risalgono a tutto gas le auto ferme per lasciar passare i pedoni sulle strisce, rischiando di travolgerli e spesso riuscendoci - e potrei continuare a lungo
Ambiente umano : i milanesi, o coloro che passano molto tempo a Milano assorbendone l'humus malefico, sono incazzati di default, quando piove e quando c'è il sole, di giorno feriale o festivo, di mattina e di sera. Vai a sapere perché : l'acqua che esce dai rubinetti? Il clima? Il rumore infernale? Gli orari di lavoro? Un particolare gene del DNA? Chi lo sa. E' un mistero tenebroso che nessuno è mai riuscito a spiegare scientificamente. Ma empiricamente è una certezza. Basta girare per la città e provare a sorridere ai passanti: riceverete sguardi tra il guardingo e l'apertamente ostile, come se sorridere fosse un'attività riprovevole. Per non parlare dei negozianti, più scorbutici di un orso bruno, più respingenti di un treno intercity, meno simpatici di un gatto appeso agli zebedei.
Mezzi pubblici : delle tanto strombazzate nuove linee della metropolitana, solo due tronconi saranno realizzati. Serietà italiana. E in fondo, a noi milanesi non coinvolti nel business, cosa porterà di buono EXPO? Nulla. Di cattivo, tanto : traffico in tilt, mezzi superaffollati, caos, inquinamento, opere costose e probabilmente inutili.
Dunque, che cosa abbiamo da EXPOrre??? Non credo bastino gli stand pieni di verde e di famigliole beate che ci propinano gli ingannevoli rendering a far confluire tutta questa umanità sulla città di M. E comunque - una volta confluita - la folla che ha pagato fior di soldi per lunghi voli e dispendiosi biglietti si chiederà cosa mai c'era da vedere, a Milano.... E non è un bel biglietto da visita per futuri ritorni.
Vorrei tanto credere ai miracoli e pensare che mi sbaglio, Milano si presenterà bella, efficiente e accogliente. Ma purtroppo troppe delusioni mi fanno inclinare al pessimismo.
Ma non era meglio lasciare EXPO a Smirne?
L'Expo si avvicina, più minaccioso che promettente. Ma la città di M non pare affatto pronta a ricevere degnamente le milionate (?) di turisti in arrivo dai cinque continenti, terribilmente ansiosi di visitare questo luogo di delizie....
Ho provato a gironzolare in lungo e in largo, cercando di guardarmi intorno con gli occhi del visitatore. E ne ho ricavato un'impressione deprimente. E' questa la Mirabilandia che presenteremo al mondo?? Prescindendo dai preoccupanti ritardi dei lavori in corso a Rho, con canali prima osannati e poi cancellati, infiltrazioni di organizzazioni criminali negli appalti e simili amenità, è veramente miserevole lo stato in cui versa questa "grande capitale della moda e del design". Vediamone qualche aspetto :
Ambiente urbano : giardini abbandonati al loro destino, zeppi di cartacce & cacche canine (anche in centro) - marciapiedi sconnessi e altrettanto sporchi - case ricoperte da orridi scarabocchi (qualcuno li chiama ancora graffiti o street art, nientepopodimeno! Ma quali graffiti?? Ma quale street art??? Qui c'è solo vandalismo becero!!!) - monumenti imbrattati e/o coperti di escrementi di piccione.
Viabilità : qui vige l'anarchia totale - auto parcheggiate ovunque, in quarta fila, davanti ai passi carrai, sulle strisce e sui giardinetti - automobilisti perennemente inferociti, armati di clava e turpiloquio facile - ciclisti che viaggiano a manetta sui marciapiedi o contromano, con l'onnipresente cellulare all'orecchio, zizzagando pericolosamente tra i pedoni - motociclisti per i quali il Codice della Strada non vale, che passano col rosso, superano a destra e a sinistra in contemporanea, o che (furbi come Fiorello) risalgono a tutto gas le auto ferme per lasciar passare i pedoni sulle strisce, rischiando di travolgerli e spesso riuscendoci - e potrei continuare a lungo
Ambiente umano : i milanesi, o coloro che passano molto tempo a Milano assorbendone l'humus malefico, sono incazzati di default, quando piove e quando c'è il sole, di giorno feriale o festivo, di mattina e di sera. Vai a sapere perché : l'acqua che esce dai rubinetti? Il clima? Il rumore infernale? Gli orari di lavoro? Un particolare gene del DNA? Chi lo sa. E' un mistero tenebroso che nessuno è mai riuscito a spiegare scientificamente. Ma empiricamente è una certezza. Basta girare per la città e provare a sorridere ai passanti: riceverete sguardi tra il guardingo e l'apertamente ostile, come se sorridere fosse un'attività riprovevole. Per non parlare dei negozianti, più scorbutici di un orso bruno, più respingenti di un treno intercity, meno simpatici di un gatto appeso agli zebedei.
Mezzi pubblici : delle tanto strombazzate nuove linee della metropolitana, solo due tronconi saranno realizzati. Serietà italiana. E in fondo, a noi milanesi non coinvolti nel business, cosa porterà di buono EXPO? Nulla. Di cattivo, tanto : traffico in tilt, mezzi superaffollati, caos, inquinamento, opere costose e probabilmente inutili.
Dunque, che cosa abbiamo da EXPOrre??? Non credo bastino gli stand pieni di verde e di famigliole beate che ci propinano gli ingannevoli rendering a far confluire tutta questa umanità sulla città di M. E comunque - una volta confluita - la folla che ha pagato fior di soldi per lunghi voli e dispendiosi biglietti si chiederà cosa mai c'era da vedere, a Milano.... E non è un bel biglietto da visita per futuri ritorni.
Vorrei tanto credere ai miracoli e pensare che mi sbaglio, Milano si presenterà bella, efficiente e accogliente. Ma purtroppo troppe delusioni mi fanno inclinare al pessimismo.
Ma non era meglio lasciare EXPO a Smirne?
mercoledì 29 gennaio 2014
ABITUARSI ALLA BRUTTEZZA
Non so se ci avete fatto caso: la bruttezza avanza, in tutte le sue forme. Vedi gente estasiata davanti a un nuovo quartiere che pare una nave impazzita, capitanata da Schettino, navigante tra le belle e austere forme delle case ottocentesche, a Milano Fiera. Un quartiere che un tempo era considerato elegante, ora sfregiato dall'inserimento di queste orrendi palazzi in stile tardo-demenziale, opera dell'archistar Zaha Hadid (una donna... peccato), calate come un'astronave aliena e altrettanto stranianti. Il quartiere si chiama City Life (nome che fa presagire un futuro metropolitano terrorizzante) ed ha fatto infuriare diversi Comitati cittadini, che invano si sono battuti per evitare questo sfregio. Niente da fare, gli interessi in gioco erano troppo grossi e la Moratta non era certo una paladina della tutela. Eppure la gente comincia a farci il callo e quasi quasi - in nome di una malintesa "modernità" - arriva a giustificare questa operazione di pura speculazione, per nulla redenta da una qualsivoglia dignità architettonica o di utilità sociale.
Ma non è solo questo a turbarmi. Ci avete fatto caso ai déhors dei nostri bar milanesi? Sono spesso gabbiotti prospicienti strade trafficate e inquinatissime, dove solo aspiranti suicidi a miccia lenta amerebbero conversare con un bicchiere in mano. Invece no, qui nella città di M fa figo recarsi in questi luoghi di rara bruttezza, con decibel che obbligano ad urlarsi nelle orecchie e aria zeppa di polveri sottili, quasi fossero terrazze sul mare, cullate dallo sciabordio delle onde.
Poi, fate caso alla quantità incredibile di rifiuti abbandonati ovunque, sui marciapiedi, lungo le strade, traboccanti dai cestini, gettati con noncuranza nei pochi giardini spelacchiati della città, appoggiati sui davanzali delle finestre, lasciati a marcire nei corsi d'acqua e nei parchi. Un diluvio universale di pattume, una piaga apocalittica. Nessuno pare badarci. Nessuno se ne cura. Nessuno, tantomeno, provvede a rimuoverli, quasi facessero parte del paesaggio urbano.
Non vi pare che sia la prova provata del nostro lento, ma inesorabile adattamento al brutto?
Nessuno che si ribelli, nessuno che se ne senta offeso, nessuno che reagisca facendo qualcosa in prima persona, che si opponga a una realtà che ci obbliga a vivere così malamente. Anzi: tutti quanti a far finta di niente, utili idioti che mangiano cacca fingendo che sia cioccolata...
"E' la bellezza che salverà il mondo", diceva Dostoevskij.
Vorrei invitarvi a boicottare la bruttezza dovunque essa si manifesti, perché abbiamo più bisogno di bellezza che di ricchezza.
Facciamone il nostro motto, agiamo per portarla ovunque intorno a noi. Lottiamo per farla rinascere.
Altrimenti il nostro mondo sarà destinato a sprofondare, senza scampo.
Non so se ci avete fatto caso: la bruttezza avanza, in tutte le sue forme. Vedi gente estasiata davanti a un nuovo quartiere che pare una nave impazzita, capitanata da Schettino, navigante tra le belle e austere forme delle case ottocentesche, a Milano Fiera. Un quartiere che un tempo era considerato elegante, ora sfregiato dall'inserimento di queste orrendi palazzi in stile tardo-demenziale, opera dell'archistar Zaha Hadid (una donna... peccato), calate come un'astronave aliena e altrettanto stranianti. Il quartiere si chiama City Life (nome che fa presagire un futuro metropolitano terrorizzante) ed ha fatto infuriare diversi Comitati cittadini, che invano si sono battuti per evitare questo sfregio. Niente da fare, gli interessi in gioco erano troppo grossi e la Moratta non era certo una paladina della tutela. Eppure la gente comincia a farci il callo e quasi quasi - in nome di una malintesa "modernità" - arriva a giustificare questa operazione di pura speculazione, per nulla redenta da una qualsivoglia dignità architettonica o di utilità sociale.
Ma non è solo questo a turbarmi. Ci avete fatto caso ai déhors dei nostri bar milanesi? Sono spesso gabbiotti prospicienti strade trafficate e inquinatissime, dove solo aspiranti suicidi a miccia lenta amerebbero conversare con un bicchiere in mano. Invece no, qui nella città di M fa figo recarsi in questi luoghi di rara bruttezza, con decibel che obbligano ad urlarsi nelle orecchie e aria zeppa di polveri sottili, quasi fossero terrazze sul mare, cullate dallo sciabordio delle onde.
Poi, fate caso alla quantità incredibile di rifiuti abbandonati ovunque, sui marciapiedi, lungo le strade, traboccanti dai cestini, gettati con noncuranza nei pochi giardini spelacchiati della città, appoggiati sui davanzali delle finestre, lasciati a marcire nei corsi d'acqua e nei parchi. Un diluvio universale di pattume, una piaga apocalittica. Nessuno pare badarci. Nessuno se ne cura. Nessuno, tantomeno, provvede a rimuoverli, quasi facessero parte del paesaggio urbano.
Non vi pare che sia la prova provata del nostro lento, ma inesorabile adattamento al brutto?
Nessuno che si ribelli, nessuno che se ne senta offeso, nessuno che reagisca facendo qualcosa in prima persona, che si opponga a una realtà che ci obbliga a vivere così malamente. Anzi: tutti quanti a far finta di niente, utili idioti che mangiano cacca fingendo che sia cioccolata...
"E' la bellezza che salverà il mondo", diceva Dostoevskij.
Vorrei invitarvi a boicottare la bruttezza dovunque essa si manifesti, perché abbiamo più bisogno di bellezza che di ricchezza.
Facciamone il nostro motto, agiamo per portarla ovunque intorno a noi. Lottiamo per farla rinascere.
Altrimenti il nostro mondo sarà destinato a sprofondare, senza scampo.
mercoledì 4 settembre 2013
I MILLE RICHIAMI DELLA FAMIGLIOLA ITALIOTA IN VACANZA
Eh sì, mi tocca ritornare su un vecchio tema, sempre attuale: ma quanto strillano le famigliole italiane in vacanza? Fanno più rumore loro di un esercito invasore, sono più eterolesive ed espansive del gas, più fastidiose delle zanzare, più petulanti della pubblicità nelle stazioni del metrò... La famigliola italiota in vacanza si contraddistingue per l'inutilità del richiamo, per la vacuità del commento, per la molestia gratuita delle (finte) intemerate ai figlioletti: è tutto un vociare a base di "Federicooo, ma quante volte te lo devo dire di non correreee", "Alessioooo, ma come ti sei conciato la magliettaaaa", "Vieni da zia tuaa, che ti pulisce il nasooo", "Vai da papà, Cesareeee", "Mamma, dove sta nonnoooo" e l'ineffabile "Non gridareeeee", sparato a 3500 decibel nel bel mezzo di un concerto. E via così, urlando : sulle spiagge, negli autogrill, nei musei, sugli aerei, per strada, nelle chiese, fra le rovine di Pompei, al ristorante, ovunque. La famiglia italiota più grida e meno educa, più sbraita e meno tiene a bada bambini chiassosi e maleducati, considerati nella classifica di un'autorevole testata americana "i peggiori del mondo" per i loro comportamenti sociali. E non c'era bisogno di questa conferma: bastava guardarsi intorno.
In questa estate appena trascorsa, ho avuto modo di constatare nei mille luoghi della convivenza civile (si fa per dire) la tracotanza, la maleducazione, la sguaiataggine e l'ignoranza di molte, troppe famigliole italiote, del tutto indifferenti agli altri, totalmente egoriferite, così simili a quelle descritte dai film con Fabrizi e la Sora Lella, con i pignattoni pieni di pastasciutta sulla spiaggia di Capocotta e il bercio facile. Con in più il tocco innovativo del cellulare brandito a tutto volume a coronamento di questo quadro sconfortante.
C'è poco da fare: se il nostro Paese non decolla e va alla deriva in tutti i campi, la ragione prima sta nell'incapacità della famiglia di trasmettere valori civici, nella sguaiataggine dei suoi cittadini e nella loro totale refrattarietà a qualsiasi evoluzione del costume. Dal punto di vista dei comportamenti sociali, siamo ancora quelli di 50 o 60 anni fa, ma con meno ingenuità e molta più protervia.
martedì 13 agosto 2013
LA MODA DEI TESCHI, METAFORA DEL PRESENTE
All'inizio ha prestato una fuggevole attenzione di retrocranio. Alla decima visione di un teschio su una maglietta esposta in un negozio molto trendy, ho pensato: ma che succede??? Poi, ho cominciato a farci caso: i teschi erano dappertutto. Sui gioielli, sui vestiti, sui cappelli, sulle scarpe, di ogni foggia e colore, ma tutti ugualmente incongrui, minacciosi e macabri. Ma che razza di moda è questa? E perché mai una persona di buon senso e buon gusto dovrebbe mettersi addosso un simbolo così tetro? Ho pensato che l'ingiustamente osannato artista Damien Hirst, con le sue opere tra il furbastro e il catacombale che annoverano anche teschi rivestiti di diamanti e squali imbalsamati, potrebbe aver sdoganato questa ennesima trovata di pessimo gusto. Ma forse la verità sta da un'altra parte: vista l'ecatombe di donne morte ammazzate, anche quest'anno, il teschio vuole semplicemente rappresentare un terribile e beffardo monito per noi tutte.
Ma francamente non ci trovo nulla da ridere. E tantomeno da comprare.
All'inizio ha prestato una fuggevole attenzione di retrocranio. Alla decima visione di un teschio su una maglietta esposta in un negozio molto trendy, ho pensato: ma che succede??? Poi, ho cominciato a farci caso: i teschi erano dappertutto. Sui gioielli, sui vestiti, sui cappelli, sulle scarpe, di ogni foggia e colore, ma tutti ugualmente incongrui, minacciosi e macabri. Ma che razza di moda è questa? E perché mai una persona di buon senso e buon gusto dovrebbe mettersi addosso un simbolo così tetro? Ho pensato che l'ingiustamente osannato artista Damien Hirst, con le sue opere tra il furbastro e il catacombale che annoverano anche teschi rivestiti di diamanti e squali imbalsamati, potrebbe aver sdoganato questa ennesima trovata di pessimo gusto. Ma forse la verità sta da un'altra parte: vista l'ecatombe di donne morte ammazzate, anche quest'anno, il teschio vuole semplicemente rappresentare un terribile e beffardo monito per noi tutte.
Ma francamente non ci trovo nulla da ridere. E tantomeno da comprare.
venerdì 9 agosto 2013
L'ITALIA CHE FUNZIONA : CARGLASS
Metto subito in chiaro che questo NON è uno spot: non percepisco alcun beneficio, palese o occulto, dal parlare bene di un'azienda. Ma ciò che mi interessa, una volta tanto, è mettere in luce qualcosa (ente, privato o pubblico, servizio, etc) che funziona nel nostro disastrato Paese.
Scenario : tangenziale milanese in un torrido pomeriggio d'agosto, auto e TIR incolonnati, guidatori smadonnanti, gran casino pre-ferie.
Prologo : durante una delle poche fasi di andatura normale, tra una coda e l'altra, un forte botto sul parabrezza e un paio di "stelline" testimoniano l'urto di qualche sasso, sparato da chissachi. Mi fermo e vedo con preoccupazione che dalle "stelline" il taglio si allunga velocissimamente e fende il parabrezza ormai quasi completamente. Accidenti, penso, è quasi ferragosto, chi mai potrà risolvere il problema?? Chiuso per ferie ormai quasi dappertutto, alla faccia della crisi. Penso che devo partire tra 48 ore e la faccenda mi pare di difficile soluzione. Smanetto freneticamente sull'Iphone partendo dalla formula "sostituzione parabrezza" e mi appare Carglass, con relativo numero verde. Sono quasi le 19 e il mio pessimismo da constatazione (dovuto cioè a mille esperienze negative precedenti) mi dice che sarà dura trovare qualcuno che mi aiuti. Invece, al secondo squillo, risponde Arturo, che con voce rassicurante mi fa domande semplici e chiare, aiutandomi a trovare le informazioni che servono e che io, pasticciona e disinteressata come sono all'argomento, non conosco. Tipo: "il suo tergicristallo è automatico?"... Panico. "E chi lo sa", rispondo rassegnata al mio destino. Ma lui no, lui mi dà le dritte per capirlo e scopro così, dopo 2 anni dall'acquisto e 60.000 km, che sì, la mia auto ha il tergicristallo automatico. Da questo momento, rinfrancata dall'assistenza amorevole di Arturo, tutta la faccenda è in discesa. Fissa un appuntamento con il punto Carglass più comodo per me, mi manda un sms di conferma. Credo di sognare. Il mattino dopo, puntualissimi, in due ore (come promesso) sostituiscono il parabrezza acciaccato, sorridenti come fossimo in India ed efficienti come fossimo in Svizzera. Dentro di me cova ancora la diffidenza della perenne fregata: "Vedrai che sarà un casino con l'assicurazione...", penso. Macché. Fanno loro anche quello: niente moduli, niente denuncia, niente di niente. Una meraviglia. Vorrei baciarli uno ad uno. Ed è in segno di riconoscenza che scrivo questo post: ragazzi, in Italia c'è ancora qualcosa che funziona. E se c'è, vuol dire che la speranza di vivere finalmente in un Paese normale non è morta. Per questo, benedetta sia Carglass e i suoi uomini, ovunque essi siano.
Metto subito in chiaro che questo NON è uno spot: non percepisco alcun beneficio, palese o occulto, dal parlare bene di un'azienda. Ma ciò che mi interessa, una volta tanto, è mettere in luce qualcosa (ente, privato o pubblico, servizio, etc) che funziona nel nostro disastrato Paese.
Scenario : tangenziale milanese in un torrido pomeriggio d'agosto, auto e TIR incolonnati, guidatori smadonnanti, gran casino pre-ferie.
Prologo : durante una delle poche fasi di andatura normale, tra una coda e l'altra, un forte botto sul parabrezza e un paio di "stelline" testimoniano l'urto di qualche sasso, sparato da chissachi. Mi fermo e vedo con preoccupazione che dalle "stelline" il taglio si allunga velocissimamente e fende il parabrezza ormai quasi completamente. Accidenti, penso, è quasi ferragosto, chi mai potrà risolvere il problema?? Chiuso per ferie ormai quasi dappertutto, alla faccia della crisi. Penso che devo partire tra 48 ore e la faccenda mi pare di difficile soluzione. Smanetto freneticamente sull'Iphone partendo dalla formula "sostituzione parabrezza" e mi appare Carglass, con relativo numero verde. Sono quasi le 19 e il mio pessimismo da constatazione (dovuto cioè a mille esperienze negative precedenti) mi dice che sarà dura trovare qualcuno che mi aiuti. Invece, al secondo squillo, risponde Arturo, che con voce rassicurante mi fa domande semplici e chiare, aiutandomi a trovare le informazioni che servono e che io, pasticciona e disinteressata come sono all'argomento, non conosco. Tipo: "il suo tergicristallo è automatico?"... Panico. "E chi lo sa", rispondo rassegnata al mio destino. Ma lui no, lui mi dà le dritte per capirlo e scopro così, dopo 2 anni dall'acquisto e 60.000 km, che sì, la mia auto ha il tergicristallo automatico. Da questo momento, rinfrancata dall'assistenza amorevole di Arturo, tutta la faccenda è in discesa. Fissa un appuntamento con il punto Carglass più comodo per me, mi manda un sms di conferma. Credo di sognare. Il mattino dopo, puntualissimi, in due ore (come promesso) sostituiscono il parabrezza acciaccato, sorridenti come fossimo in India ed efficienti come fossimo in Svizzera. Dentro di me cova ancora la diffidenza della perenne fregata: "Vedrai che sarà un casino con l'assicurazione...", penso. Macché. Fanno loro anche quello: niente moduli, niente denuncia, niente di niente. Una meraviglia. Vorrei baciarli uno ad uno. Ed è in segno di riconoscenza che scrivo questo post: ragazzi, in Italia c'è ancora qualcosa che funziona. E se c'è, vuol dire che la speranza di vivere finalmente in un Paese normale non è morta. Per questo, benedetta sia Carglass e i suoi uomini, ovunque essi siano.
lunedì 20 maggio 2013
GLI EDICOLANTI DI MILANO? I PEGGIORI
Eh sì, mi tocca ritornare su un tema già trattato: la mala educazione dei negozianti, nel caso specifico quella degli edicolanti. Tutti a strapparsi i capelli perchè la crisi della carta stampata sta decimando le edicole, che infatti chiudono al ritmo delle foglie cadenti in autunno... Ok. Ma proviamo a guardarci un po' dentro, a questo fenomeno (che io peraltro deploro, visto che da nostalgica amo molto l'odore del giornale al mattino, quasi quanto quello del caffè). A Milano c'è un fatto strano, sul quale bisognerebbe indagare. Io mi limito a segnalarlo: gli edicolanti sono quasi tutti - "quasi", è ovvio - estremamente scorbutici, se non decisamente aggressivi e scortesi. Non salutano. Non sorridono (figurarsi!). Se vedono che cerchi una rivista e non la trovi manco ti filano. Non hanno mai il resto e se tu non hai monetine ti guardano in cagnesco come fossi una criminale (quando in realtà sarebbero loro a doversele procurare, perbacco!). E potrei andare avanti ancora a lungo. Ordunque, se è vero che le edicole chiudono é anche pur vero che molte, ma proprio molte, se lo meritano, eccome. Invece di coccolarsi i pochi sentimentaloni che continuano ostinatamente ad acquistare il caro vecchio giornale di carta e non se lo scaricano sull'Ipad (che tra l'altro costa uguale ed è assai comodo se non hai voglia di uscire), questi signori - si fa per dire - cosa fanno? Lo bistrattano, gli ringhiano contro e sembrano prendersela proprio con lui, l'innocente e naturale alleato, che invece dovrebbero trattare come una rosa al naso. Credete che stia esagerando? Per niente. Ho girato a piedi un bel pezzo di città, acquistando qua e là ogni genere di quotidiano e rivista, ricevendo quasi ovunque questo tipo di trattamento, salvo pochissime eccezioni. Un mio congiunto - per avere insistentemente chiesto all'edicolante che stava al cellulare, ignorandolo - di assisterlo nella ricerca di una testata che non trovava, è stato addirittura insultato e minacciato con la bacchetta di ferro per alzare la serranda. Un episodio inquietante, certamente un caso limite, prontamente denunciato alla polizia. Ma non è un caso isolato. Gli edicolanti di Milano dovrebbero prendersi un calmante, se proprio non ce la fanno a diventare un po' più gentili e affabili. E se chiudono uno dopo l'altro, beh, ce ne faremo una ragione. E passeremo all'Ipad, che almeno non ti aggredisce di primo mattino.
Eh sì, mi tocca ritornare su un tema già trattato: la mala educazione dei negozianti, nel caso specifico quella degli edicolanti. Tutti a strapparsi i capelli perchè la crisi della carta stampata sta decimando le edicole, che infatti chiudono al ritmo delle foglie cadenti in autunno... Ok. Ma proviamo a guardarci un po' dentro, a questo fenomeno (che io peraltro deploro, visto che da nostalgica amo molto l'odore del giornale al mattino, quasi quanto quello del caffè). A Milano c'è un fatto strano, sul quale bisognerebbe indagare. Io mi limito a segnalarlo: gli edicolanti sono quasi tutti - "quasi", è ovvio - estremamente scorbutici, se non decisamente aggressivi e scortesi. Non salutano. Non sorridono (figurarsi!). Se vedono che cerchi una rivista e non la trovi manco ti filano. Non hanno mai il resto e se tu non hai monetine ti guardano in cagnesco come fossi una criminale (quando in realtà sarebbero loro a doversele procurare, perbacco!). E potrei andare avanti ancora a lungo. Ordunque, se è vero che le edicole chiudono é anche pur vero che molte, ma proprio molte, se lo meritano, eccome. Invece di coccolarsi i pochi sentimentaloni che continuano ostinatamente ad acquistare il caro vecchio giornale di carta e non se lo scaricano sull'Ipad (che tra l'altro costa uguale ed è assai comodo se non hai voglia di uscire), questi signori - si fa per dire - cosa fanno? Lo bistrattano, gli ringhiano contro e sembrano prendersela proprio con lui, l'innocente e naturale alleato, che invece dovrebbero trattare come una rosa al naso. Credete che stia esagerando? Per niente. Ho girato a piedi un bel pezzo di città, acquistando qua e là ogni genere di quotidiano e rivista, ricevendo quasi ovunque questo tipo di trattamento, salvo pochissime eccezioni. Un mio congiunto - per avere insistentemente chiesto all'edicolante che stava al cellulare, ignorandolo - di assisterlo nella ricerca di una testata che non trovava, è stato addirittura insultato e minacciato con la bacchetta di ferro per alzare la serranda. Un episodio inquietante, certamente un caso limite, prontamente denunciato alla polizia. Ma non è un caso isolato. Gli edicolanti di Milano dovrebbero prendersi un calmante, se proprio non ce la fanno a diventare un po' più gentili e affabili. E se chiudono uno dopo l'altro, beh, ce ne faremo una ragione. E passeremo all'Ipad, che almeno non ti aggredisce di primo mattino.
martedì 31 luglio 2012
E SE STESSIMO CAMBIANDO DAVVERO, NOI ITALIANI?
Frammento di dialogo, colto al volo. Luogo: via Marghera a Milano, mattinata di acquisti pre-ferie. Protagoniste: una mamma (elegante, stile sciuretta milanese) e una figlia (adolescente, mediamente sovrappeso, sobriamente abbigliata). Mamma: "Ma te l'ho detto, ti ho comprato un costume di Dolce e Gabbana!!!!". Figlia (aria infastidita): "Ma cosa vuoi che me ne importi di Dolce e Gabbana??? Per me andava benissimo anche "Mele con Formaggio"....". Fine del dialogo. Beh, direte, che c'è di così speciale. Pensateci. Abbiamo vissuto gli ultimi vent'anni con i nostri figli impallinati con i marchi, vittime inconsapevoli di astuti e diabolici marketing manager: se i jeans non erano di Pincopallo o le scarpe di Cacioepepe ci venivano ributtati in faccia come sogliole andate a male. Anni e anni di Italia cafona e firmatissima, di sottoproletari dell'hinterland che calavano in centro il sabato con orrende magliette inneggianti a questo o quello stilista, terrificanti stracci made in China venduti a prezzi da capogiro a poveretti in cerca di redenzione sociale. Parlo dell'Italia cafona del "VIP watching" (una delle più deplorevoli espressioni di questo tragico Ventennio berlusconiano), del Billionaire, dei sottoproletari irretiti a suon di calciatori, reality show, Veline & Velone, Letterine, Meteorine, Olgettine e tutto il ciarpame televisivo-calcistico con il quale una schiera di manager, pubblicitari, registi, politici d'accatto e altri orridi personaggi senza vergogna hanno intortato e intontito un'intera generazione, decerebrandola e riducendola nel frattempo in miseria (questa sì, "reale"), precari e sottopagati a vita. Ebbene, tutto ciò è finito. Il Billionaire ha chiuso, Briatore si vede in giro di rado, il Mago Voland pluriliftato e pluriparrucchinato anche, le esternazioni di Madame Sado-Santanchè e del suo compare Zio Tibia-Sallusti sono sempre più rare, le "firme" del fashion italico sono quasi tutte finite nelle fauci di emiri arabi o miliardari cinesi, e a noi cosa rimane? A noi rimane la speranza che questa orgia di pacchianeria e vuoto pneumatico spacciato per vero siano finalmente finiti, superati, chiusi. Da inguaribile ottimista, nel dialogo tra madre e figlia di oggi ho colto un segno positivo di rinascita, di nuova sobrietà, di voglia di girare pagina. Mi auguro di non essere smentita
Buone vacanze!
Buone vacanze!
martedì 26 giugno 2012
L'UOMO A RUOTE
Si comincia dal passeggino, si prosegue con il triciclo, poi arrivano in rapida sequenza la macchinina, il monopattino, gli skates, la bicicletta, il motorino, la prima auto, il suv, il camper. Già prima di nascere, nell'accogliente pancione materno, l'uomo si abitua a muoversi parassitariamente, sempre grazie a qualcos'altro: in genere, le ruote. Darwinianamente, ci evolveremo in una razza provvista di rotelle, là dove un tempo spuntavano gambe. La teoria è confermata da un fenomeno strisciante, ma conclamato: la progressiva sparizione dell'habitat del pedone, lui sì "specie a rischio" da proporre al WWF. Fateci caso: sui marciapiedi chi procede sulle proprie gambe è ormai una minoranza. Sfrecciano - mettendo a rischio la sua sopravvivenza - tutta una serie di nuovi animali metropolitani : ciclisti arroganti cellumuniti, monopattini instabili, motorette in cerca di parcheggio, strani esemplari di bighe a motore cavalcate da seri professionisti dall'aria compunta... E' inutile: il pedone non è di moda. Altrimenti come spiegarsi il fatto che il vecchio, rassicurante marciapiede (che infatti anche nell'etimo pareva riferirsi a quelle estremità così desuete) si sia poco a poco trasformato in "marciagomma"? Tutte le razze sopra elencate, tra l'altro, ostentano un livoroso disprezzo per chi continua a usare, per muoversi, il "caval di San Francesco" (ah, quanta poesia in questa definizione d'antan....), tant'è che l'aggressione verbale per il malcapitato che non sente arrivare da dietro il ciclista inferocito e saettante - e del resto, mica ha gli specchietti retrovisori, lui - è assai diffusa. Che tristezza. Mi piacerebbe scrivere al buon Pisapia - che tanto tiene alla causa dei bikers (si dice così adesso) - perché dall'alto del suo scranno volgesse uno sguardo misericordioso anche a noi tapini che trasciniamo le suole sui marciapiedi lordi e polverosi di questa città. In fondo, anche noi siamo esseri umani.... Per ora.
sabato 2 giugno 2012
DIAMOCI UNA CALMATA, SORELLE
Non mi piace ammetterlo, ma ormai è una certezza: negli ultimi anni le donne sono diventate più astiose e aggressive degli uomini. Sarà la fretta da troppe incombenze (le femmine italiane godono del triste primato di occuparsi della famiglia circa 3 volte più delle loro consesse nel mondo), sarà la nevrosi da acrobate della gestione del tempo, sarà che la vita a Milano è un inferno, ma ogni volta che un clacson mi invita brutalmente ad affrettare il passo sulle strisce o a partire a razzo al semaforo, 8 su 10, si tratta di una donna. E' una grande delusione. Ho sempre pensato che avremmo portato nel vivere civile un modo più rilassato, urbano e mite di affrontare le inevitabili difficoltà quotidiane. Invece, siamo quasi più assatanate degli uomini: gridiamo insulti irriferibili se qualcuno ci fa un dispetto viabilistico, sgommiamo come stuntmen in inseguimenti automobilistici che finiscono poi risibilmente al semaforo successivo, siamo incazzate anche in bicicletta (quante di noi smoccolano contro i poveri pedoni che intralciano le nostre due ruote nelle riserve indiane assediate dei marciapiedi cittadini...), sbraitiamo come ossesse al cellulare, pilotiamo come fossimo a Daytona i passeggini (o meglio passeggioni...) dei nostri pargoli... Insomma, siamo un disastro. Dov'è finita la nostra "differenza"? Invece di sgretolare dall'interno il modello maschile, competitivo e arrogante, ci siamo adeguate ad esso fino al punto da incorporarlo e farlo nostro. Perché le donne, quando imitano gli uomini, riescono ad essere anche peggiori. Vorrei proporre una riflessione: fermiamoci un momento. E cerchiamo di ritrovare la nostra diversità, quella che per tanti anni abbiamo rivendicato con orgoglio. Vogliamo il pane e le rose. Vogliamo le nostre giuste soddisfazioni professionali, ma restando femminilmente pacifiche, solidali, empatiche con il mondo. Lo so, non è facile. Ma proviamo a farlo partendo dalle piccole cose: istituiamo una specie di "fair play rosa", dappertutto. In auto, al lavoro, al supermercato. Non priviamoci della nostra grande capacità di accettare, sostenere, trasformare. Non rinunciamo a cambiare il mondo, creandone uno finalmente a misura d'uomo. E di donna.
lunedì 7 maggio 2012
LA TV SPLATTER
Chiedo scusa per l'orrenda immagine qui sopra: no, non sono membra umane quelle che vedete accatastate in questa specie di quadro di Grosz, ma "solo" quelle dei nostri amici maiali, vittime della nostra ingordigia carnivora. Mi serve per introdurre un discorso che da tanto tempo volevo affrontare su questo blog: le immagini cruente (inutilmente cruente) che la televisione ci propina quotidianamente. Non appena avviene qualche fatto di cronaca nera - e di questi tempi le occasioni non mancano - ecco arrivare le immagini splatter. Un camorrista viene fatto fuori a rivoltellate? Beccatevi una ripresa ravvicinata delle macchie di sangue sull'asfalto. Una donna (una delle troppe) viene assassinata a coltellate dal marito? Eccovi servito un bel primo piano delle impronte sanguinolente che la poveretta ha lasciato sulla porta d'ingresso.... C'è una qualche necessità documentativa e/o informativa dietro questo sadismo visivo? Assolutamente no. Non c'è alcun bisogno di mostrare ciò che ormai siamo assuefatti a vedere ogni giorno al telegiornale, mentre chiacchieriamo con coniugi e figli, tra un cucchiaio di minestra e l'altro o (peggio) mentre tagliamo la nostra bistecca poco cotta (ah, quel filo rosso che cola e fa assonanza...). C'è solo il desiderio ferino e primordiale di farci vedere il sangue, le ossa fracassate, il rottame dell'auto accartocciata, la bicicletta del bambino contorta, la scia rossa lasciata sul marciapiede da un corpo morente.
Questa orgia di immagini brutali non serve a nulla. Anzi. Ci abitua fin da piccoli alla violenza, alla visualizzazione crudele della ferocia umana, all'epifania sconcia dell'antico e sempre attuale "homo homini lupus". Poi non c'è da meravigliarsi se le belle famigliole italiane vanno in gita horror nei luoghi resi sinistri da fatti di cronaca nera: gente che si fa fotografare davanti alla baita di Cogne, o ad Avetrana, o sorridente contro lo sfondo della nave Costa spiaggiata al Giglio. Roba da splatter addicted, come ormai siamo diventati in molti, qui nel cuore nero d'Italia.
Che possiamo fare noi?
Proviamo a inviare mail a tutti i mezzi d'informazione che ci propinano queste scene truculente, chiedendo che facciano informazione e non voyeurismo da necrofili.
Oppure, se si tratta di carta stampata, colpiamoli in ciò che hanno di più caro (il bilancio) non acquistandoli più.
Questo solo, oggi, possiamo fare.
Ma, se ci pensiamo, non è poco.
venerdì 27 aprile 2012
giovedì 26 aprile 2012
Cari amici,
eccomi di nuovo qui, caricata a molla dopo gli ultimi scandali politici di casa nostra... Una palla mortale, a ben guardare: sempre gli stessi squallidi figuri (lombrosianamente, chi si potrebbe fidare di uno con la faccia di Belsito??), gli stessi vizi da neo-arricchiti di provincia (porsche, diamanti, resort, bagasce...), le stesse scuse penose ("non ne sapevo niente", "l'hanno fatto a mia insaputa"). Ma la cosa che, ho scoperto, li accomuna tutti, i potenti di casa nostra, è la "sindrome di Dorian Gray". Vi ricordate il famoso romanzo di Oscar Wilde, dove i sordidi vizi e le efferate perversioni del protagonista corrompevano solo il suo ritratto, lasciando il suo bel viso angelico mondo da ogni macchia? Ebbene, da noi succede il contrario: tutti i vizi, i tic, le connivenze, gli accomodamenti, le cialtronerie, le arrogantate dei nostri satrapi si stampano subito sui loro visi, degradandoli progressivamente. Vi ricordate com'era Renzi "il rottamatore" ai suoi esordi? Un putto michelangiolesco, paffuto e rubicondo. Ora nèi, macchie e pustole hanno cominciato a corrodergli il visetto dal sorriso volpino, mentre il suo arcinemico D'Alema ormai da tempo mostra un sembiante rinsecchito da quaresimale, corredato da protuberanze e porri da abuso di potere (uno che sta seduto in Parlamento da quasi mezzo secolo, ne ha viste e fatte....). E la galleria potrebbe continuare a lungo: Veltroni e i suoi orridi peduncoli, Berlusconi tutto ponfi e bitorzoli, la vitiligine geografica di Cossiga, le macchie da senescenza di Napolitano, per non parlare della tragica maschera tutta buchi e cicatrici di Martinazzoli buonanima, per questo soprannominato "l'ergastolano".... Ma anche i potenti giornalisti italiani non scherzano: si va dal pallore cadaverico di Ferruccio De Bortoli (mi rifiuto di assegnargli il "de" nobiliare che egli vezzosamente si attribuisce, essendo evidente che si tratta di un patronimico del tutto popolaresco: figlio di Bortolo), al viso lunare di crateri acneici di Aldo Cazzullo (altro cognome che fa pensare), alle escrescenze di Enrico Mentana... E mi fermo qui.
La domanda è: ma con tutti i quattrini che guadagnano - in qualche non raro caso anche fraudolentemente - non possono rendersi almeno guardabili? Cercare quantomeno di non suscitare in noi il ribrezzo?
Dopo averli guardati e riguardati, abbiamo solo un desiderio: non rivederli più.
Antipolitica? No. Solo disgusto. In tutti i sensi.
A casa, a casa.
E poi, che arrivi finalmente qualcosa di nuovo.
eccomi di nuovo qui, caricata a molla dopo gli ultimi scandali politici di casa nostra... Una palla mortale, a ben guardare: sempre gli stessi squallidi figuri (lombrosianamente, chi si potrebbe fidare di uno con la faccia di Belsito??), gli stessi vizi da neo-arricchiti di provincia (porsche, diamanti, resort, bagasce...), le stesse scuse penose ("non ne sapevo niente", "l'hanno fatto a mia insaputa"). Ma la cosa che, ho scoperto, li accomuna tutti, i potenti di casa nostra, è la "sindrome di Dorian Gray". Vi ricordate il famoso romanzo di Oscar Wilde, dove i sordidi vizi e le efferate perversioni del protagonista corrompevano solo il suo ritratto, lasciando il suo bel viso angelico mondo da ogni macchia? Ebbene, da noi succede il contrario: tutti i vizi, i tic, le connivenze, gli accomodamenti, le cialtronerie, le arrogantate dei nostri satrapi si stampano subito sui loro visi, degradandoli progressivamente. Vi ricordate com'era Renzi "il rottamatore" ai suoi esordi? Un putto michelangiolesco, paffuto e rubicondo. Ora nèi, macchie e pustole hanno cominciato a corrodergli il visetto dal sorriso volpino, mentre il suo arcinemico D'Alema ormai da tempo mostra un sembiante rinsecchito da quaresimale, corredato da protuberanze e porri da abuso di potere (uno che sta seduto in Parlamento da quasi mezzo secolo, ne ha viste e fatte....). E la galleria potrebbe continuare a lungo: Veltroni e i suoi orridi peduncoli, Berlusconi tutto ponfi e bitorzoli, la vitiligine geografica di Cossiga, le macchie da senescenza di Napolitano, per non parlare della tragica maschera tutta buchi e cicatrici di Martinazzoli buonanima, per questo soprannominato "l'ergastolano".... Ma anche i potenti giornalisti italiani non scherzano: si va dal pallore cadaverico di Ferruccio De Bortoli (mi rifiuto di assegnargli il "de" nobiliare che egli vezzosamente si attribuisce, essendo evidente che si tratta di un patronimico del tutto popolaresco: figlio di Bortolo), al viso lunare di crateri acneici di Aldo Cazzullo (altro cognome che fa pensare), alle escrescenze di Enrico Mentana... E mi fermo qui.
La domanda è: ma con tutti i quattrini che guadagnano - in qualche non raro caso anche fraudolentemente - non possono rendersi almeno guardabili? Cercare quantomeno di non suscitare in noi il ribrezzo?
Dopo averli guardati e riguardati, abbiamo solo un desiderio: non rivederli più.
Antipolitica? No. Solo disgusto. In tutti i sensi.
A casa, a casa.
E poi, che arrivi finalmente qualcosa di nuovo.
mercoledì 18 aprile 2012
VITA DA CANI
Cari amici vicini e lontani, dopo un'assenza lunga e disagiata dovuta a lavori di ristrutturazione domestica, eccomi di nuovo nella blogosfera. Nel mio forzato allontanamento da casa, sfollata nella triste e trista Milano, ho avuto modo di apprezzare un fenomeno montante: la moltiplicazione esponenziale dei cani. Fino a qualche tempo fa, ce n'erano parecchi, è vero, ma non erano un'orda tracimante da ogni anche minuscolo fazzoletto di verde, tenuti al guinzaglio da orgogliosi proprietari che parlano tra loro degli amatissimi "pets" (non pensate male, è solo la versione inglese di "animali da compagnia") come fossero adepti di una nuova religione. Bisogna stare attenti, in Italia, a parlare di cani: se solo vi scappa una parola di troppo, capace che vi accusano di essere dei Mengele, crudeli persecutori di quadrupedi, torturatori di creature innocenti. Io - per la cronaca - apprezzo molto gli animali, soprattutto quando li incontro nel loro habitat. Un po' meno quando infestano il mio. Mi spiego. Trovo innaturale e vagamente inquietante che una città così arcigna con i nostri cuccioli naturali (i bambini), privati di spazi, ossigeno e luoghi dove correre, riservi tanta cura e devozione ai cani: guardatevi attorno, vedrete i pochissimi angoli verdi cittadini invasi da una moltitudine di animali, imbrattati da una quantità enorme di cacche, dove correre o camminare è a rischio, mentre il poco che c'è viene sottratto all'uso umano con recinti appositamente dedicati ai cosiddetti "amici a quattro zampe", che poi tanto amici non sono, visti anche i non rari episodi di aggressione. A voler fare un discorso psico-sociologico, trovo ci sia qualcosa di malato in una città dove si uccide un tassista che inavvertitamente investe un cagnetto. Intendiamoci: io non ce l'ho con loro, poveri animali forzatamente inurbati, costretti a vivere in promiscuità col genere umano in appartamenti a stento bastanti ai loro padroni e totalmente inidonei alle loro esigenze. Ce l'ho con i proprietari, che incuranti delle esigenze canine ma anche dei loro simili, li fanno vivere male e nel contempo cacare ovunque, ben raramente preoccupandosi (come sarebbero tenuti per legge a fare) di raccogliere i loro "regalini" (si fa per dire, ho visto escrementi di proporzioni gigantesche...). Per non parlare di tutto quel compiacimento ostentato: "ah, signora, il mio capisce tutto... Mi basta guardarlo e lui risponde". Mah. Penso sempre che se i cani potessero parlare, ne sentiremmo delle belle. E poi, se tutti in città avessero il loro bel quadrupede d'ordinanza (come ormai sembra profilarsi), come la metteremmo? Assisteremmo a lotte fratricide per la conquista dell'ultimo metro quadro di parchetto? Dovremmo muoverci con gli sci ai piedi? Istituire un servizio di vigilanza canina? Che vi devo dire, questo proliferare mi preoccupa: la natura sta morendo e le città si riempiono di cani. Vorrà pur dire qualcosa. Per ora, comunque, la proverbiale "vita da cani" la facciamo noi pedoni, facendo lo slalom sui marciapiedi e sui pochi prati spelacchiati della metropoli. Vorrei istituire l'Ente Protezione Pedoni. Che ne dite?
domenica 31 luglio 2011
UN PAESE IPOCRITA
L'Italia va in vacanza, come ogni anno. Ci va con le pive nel sacco, dopo quattro strepitose vittorie ai referendum che però non hanno prodotto il risultato politico che ci aspettavamo: tutto è tragicamente rimasto come prima. A metà del guado, con l'acqua alla gola, ci domandiamo cosa diavolo debba succedere per mandare a casa un'intera classe dirigente che si è rivelata marcia, inetta, rapace, ridicola. Ma ciò che più colpisce è l'ipocrisia che regna sovrana: mentre si sproloquia di "famiglia da proteggere" contro le derive del "relativismo morale", infuriano le notti di Arcore coi loro patetici siparietti da avanspettacolo (ah, quei travestimenti da infermiera col reggicalze!) e si scoprono ogni giorno parlamentari con doppia o tripla vita, che sistemano la moglie a fare consulenze d'oro nelle aziende taglieggiate e le amanti ucraine in hotel di lusso a sbafo, a carico di qualche imprenditore ricattato. Il tutto documentato da intercettazioni vomitevoli, dal linguaggio di incredibile bassezza umana e lessicale. In questo verminaio, le mogli "consulenti" difendono a spada tratta i consorti fedifraghi ("mio marito adora la famiglia e i figli", dichiarano impavide con sprezzo del ridicolo alle tivu), mentre questi ultimi virtuosamente dichiarano di leggere "L'imitazione di Cristo" in carcere in attesa di riabbracciarle (scansando le corna preventivamente apposte, ovviamente). Un altro esempio di ipocrisia nazionale? A noi sudditi arrivano multe e decurtazione di punti per eccesso di velocità (bastano 11 km più del consentito), mentre un deputato europeo della Lega (tal Francesco Speroni) rilascia interviste a Repubblica dall'eloquente titolo "Vado al massimo", spiegando che lui adora andare a 300 all'ora "dove è permesso" (???). Poichè in Italia anche in autostrada il limite massimo è di 130, ci si domanda dove diavolo eserciti questa sua passione.. A Daytona? Sul circuito di Monza? Oppure, più probabilmente, sulle nostre strade, magari usando l'auto blu col lampeggiante che così spesso vediamo sfrecciare in barba a qualunque divieto? Infine, un'ultima perla. E questa volta parliamo di uno di noi (si fa per dire), un cittadino qualsiasi, quel Salvatore Parolisi che abbiamo visto affranto abbracciare la suocera ai funerali della moglie morta ammazzata. Qualche tempo dopo, é stato visto rovistare tra le erbacce in modo sospetto. Alla richiesta di spiegazioni, ha risposto con aria contrita che "stava cercando un fiore da portare sulla tomba della moglie". Che commozione. Si è poi scoperto che cercava di seppellire il cellulare usato per i contatti con l'amante. Ed è stato in seguito arrestato perchè forse l'ha ammazzata proprio lui quella poveretta della moglie, altro che fiori. Dopo mesi di quadretti edificanti, con la descrizione della famigliola modello, dei coniugi "felici e bellissimi", con quegli stereotipi da mulino bianco che ormai danno solo il voltastomaco, il ritratto alla Dorian Gray di questa "bella famiglia italiana" - una delle tante - sta rivelandosi per quello che è: un inferno di tradimenti, scenate e botte da orbi, ben mascherato all'esterno, secondo il noto adagio che impone di "lavare in casa i panni sporchi". Bella sintesi dello spirito nazionale. Come si può dedurre da questi pochi esempi, l'ipocrisia italiana è antica, radicata, trasversale e ubiqua: colpisce in alto e in basso, a destra e a sinistra, a nord e a sud e fa di questo Paese il paradiso della doppia morale, del perbenismo peloso, dei falsi buoni sentimenti. L'ipocrisia è il vero cancro d'Italia. Dove solo l'apparenza conta e la realtà è spesso vergognosa. La vera rivoluzione morale comincerà quando si chiameranno le cose con il loro nome. A partire dalla famiglia.
mercoledì 20 aprile 2011
DONNE VELATE, DONNE SVELATE (TROPPO)
Un paio di domeniche fa (una di quelle molto calde) ho assistito a un curioso episodio, a mio parere molto significativo. Circolavano per le strade di Milano molte mie concittadine alquanto svestite: pantaloni a vita molto bassa, tette in mostra, culi al vento. Nessuno se le filava. La carne - soprattutto quella molliccia e cadaverica di fine inverno - era veramente troppa. Poi ho visto molti sguardi incuriositi girarsi reverenzialmente al passaggio di un gruppetto di ragazze musulmane, col hijab d'ordinanza e molto castamente abbigliate: colpivano gli occhi, profondi e bellissimi, incorniciati dal velo civettuolamente avvolto intorno al capo, colpivano i denti candidi scoperti da molti e seducenti sorrisi, le espressioni intense, le carnagioni ambrate che esaltavano i tratti del volto. Erano giovani, ridenti, carine. E molto, molto sexy. Gli abiti coprivano, ma gli sguardi erano quelli giusti. Un successone. Mi sono detta: davvero è tempo di ritornare a una maggiore sobrietà. Siamo tutti stanchi di questo bombardamento di nudi sbattuti in faccia a chiunque, cartelloni pubblicitari di rara sguaiatezza che mostrano femmine e maschi in atteggiamenti da puttane e guappi (penso soprattutto a quelli davvero orribili di D&G, giustamente definiti Docce&Gabinetti), il sesso usato come booster per qualsiasi prodotto, il bunga bunga perenne. Non è moralismo, è nausea. Anche gli uomini italiani - destinatari principali di questo troiume imposto come modello unico di sessualità - cominciano a stufarsi. Infatti si voltano a guardare le ragazze col velo, finalmente ammirate per le loro espressioni e il loro fascino, non per i metri quadri di pelle esposta. Anche i nostri travestimenti da vampire(penso a tante disgraziate mogli convertite al babydoll nero trasparente per compiacere stanchi mariti) ci hanno stufato. Sono avvilenti e inefficaci per saturazione. Sono il nostro burka consumistico, la nostra prigione apparentemente (ma solo apparentemente!) "liberatoria". Torniamo a essere persone, per favore, e non proiezioni di sogni onanistici. Buona Pasqua a tutti.
mercoledì 23 marzo 2011
VOI SIETE BRUTTI, SDENTATI E INCONTINENTI... NOI SIAMO DELLE SPLENDIDE CINQUANTENNI!!
Avete fatto caso alla pubblicità espressamente rivolta agli over 50? Quasi sempre la protagonista è femmina ed è angariata da mille guai: le balla la dentiera, si piscia addosso, se entra in ascensore puzza, non può mangiare la torta di noci, ha il mal di schiena, insomma è un catorcio umano.... Ora, chiunque può facilmente verificare che in Italia la popolazione femminile di questa età non corrisponde per nulla a questo malinconico cliché, anzi. Si vedono in giro cinquanta-sessantenni assai vitali, attraenti, curate e per nulla afflitte da questi deprimenti acciacchi, che - se proprio la vogliamo dire tutta - sono statisticamente più diffusi tra i loro coetanei maschi, che arrivano alla terza età in condizioni spesso non esaltanti, tra calvizie, pance, prostate acciaccate, libido in picchiata.... Purtroppo, in questo disgraziato Paese il modello maschile imperante è quello del Premier, che vorrebbe farci credere di avere i capelli (spray scuro direttamente sul cranio), i denti (dentierona in ceramica), una salute di ferro (ricoveri periodici in health clinic per trattamenti radicali) e una gran voglia di scopare (Viagra)... Loro, i cari maschietti di casa nostra, vogliono convincerci che i problemi della terza età sono affare solo nostro, mentre loro cuccano (escort o assimilate) anche a 80 anni, grazie ai mille "aiutini" di cui hanno tragicamente bisogno. Tra i quali il denaro la fa da padrone.... Un problema che noi non abbiamo. Perché - parafrasando una celebre scena di Nanni Moretti - "voi siete brutti e fate cose orribili, noi facciamo cose bellissime e siamo delle splendide cinquantenni" !!!!!
mercoledì 2 febbraio 2011
LE NOSTRE CITTA', SEMPRE PIU' BRUTTE
Non bastassero le immondizie gettate ovunque, le cacche dei cani sui marciapiedi, gli orrendi pannelli pubblicitari a coprire i troppi "lavori in corso", le nuove deliranti costruzioni verticali a sfregiare l'impianto dei nostri centri storici, ora fioriscono ovunque - brutte come pustole - le "padellone" delle antenne paraboliche. Hanno cominciato a comparire in sordina: prima nei casermoni di periferia abitati dagli immigrati, obbligati a iusarle per restare in qualche modo connessi ai loro paesi lontani, poi gradualmente hanno colonizzato anche le eleganti case d'epoca del centro, portate ovunque dalla necessità (peraltro comprensibile) di sfuggire all'orrore della tv di Stato per approdare alle più libere sponde di quella satellitare... Senza leggi, né vincoli, né regole a contrastarle, le paraboliche si sono un po' alla volta impossessate dei tetti d'Italia, facendo scempio di un panorama - quello visto dall'alto - che finora era uscito indenne anche dagli assalti più barbarici della bruttezza dilagante. Se potete, fatevi un giro in elicottero e vedrete i nostri tetti di tegole rosse butterati dal vaiolo di questi manufatti, come la superficie lunare dai crateri... So che alcune città italiane - più lungimiranti delle altre - hanno cominciato a proteggersi, emanando ordinanze che ne limitano o addirittura ne vietano l'installazione. Bisogna che come cittadini ci facciamo promotori di provvedimenti analoghi, ovunque ci troviamo a vivere. Come fare? Scrivendo mail al proprio comune, organizzando raccolte di firme online (lo si può fare facilmente, esistono siti appositi), sensibilizzando amici e vicini su questa assurda, devastante proliferazione.
Come al solito, la realtà si cambia dalla base. Cambiamola noi.
mercoledì 22 dicembre 2010
IL POTERE DEL SORRISO
Cari Amici,
ho avuto modo di sperimentare - in questi giorni convulsi prima di Natale - quanto sia grande e portentoso il potere della gentilezza. Anche nelle città nevroticamente indaffarate come Milano, dove i passanti si aggirano frenetici per negozi urtandosi con malagrazia e gli automobilisti strombazzano anche alla minima esitazione, si può e si deve portare un esempio positivo. E' inutile lamentarci per l'invivibilità che sembra regnare nel nostro habitat se non siamo disposti - noi per primi - a invertire la rotta e mutare profondamente i nostri automatismi comportamentali. L'ho verificato di persona: ho risposto con un sorriso a chi mi urtava, ringraziato con calore chi mi prestava un servizio (la cassiera del supermercato, il benzinaio, la commessa...), fatto un cenno di riconoscenza all'automobilista cortese che mi lasciava il passo nonostante la follia del traffico, aiutato la persona davanti a me in fila alle casse a mettere sul nastro i suoi acquisti mentre riempiva i sacchetti (tra l'altro si velocizza enormemente la coda, con beneficio di tutti e pochissima fatica)....In una parola ho cercato di portare un po' di umanità là dove pare proprio che sia sparita. I risultati sono stati immediati. L'aggressività si stempera, si ritorna a dialogare, si smorzano i cattivi umori, la qualità della vita migliora. I nostri simili sono come gli specchi: riflettono ciò che hanno di fronte. Se facciamo la faccia dura, è molto probabile che ci verrà ricambiata con uguale se non maggiore intensità. Se invece - anche nella frenesia generale che ottunde ogni residua sensibilità - riusciamo a conservare la nostra empatia per il mondo, la nostra disponibilità a vedere nell'altro non un nemico da cui difendersi, ma un "sosia" che ci assomiglia così tanto da confondersi con noi, ecco che il nostro atteggiamento cambia. Ricordiamoci che questo è anche il motto di questo blog, "Cambiamo noi": la speranza che, sommando tanti singoli comportamenti virtuosi, si pervenga a un cambiamento globale che porti pace e serenità a un livello più alto, per tutti. E' questo, per me, lo spirito del Natale. E con questa esortazione, certa che il mondo sarà migliore se noi per primi saremo migliori, vi saluto e vi auguro un nuovo anno pieno di buoni propositi realizzati!
ho avuto modo di sperimentare - in questi giorni convulsi prima di Natale - quanto sia grande e portentoso il potere della gentilezza. Anche nelle città nevroticamente indaffarate come Milano, dove i passanti si aggirano frenetici per negozi urtandosi con malagrazia e gli automobilisti strombazzano anche alla minima esitazione, si può e si deve portare un esempio positivo. E' inutile lamentarci per l'invivibilità che sembra regnare nel nostro habitat se non siamo disposti - noi per primi - a invertire la rotta e mutare profondamente i nostri automatismi comportamentali. L'ho verificato di persona: ho risposto con un sorriso a chi mi urtava, ringraziato con calore chi mi prestava un servizio (la cassiera del supermercato, il benzinaio, la commessa...), fatto un cenno di riconoscenza all'automobilista cortese che mi lasciava il passo nonostante la follia del traffico, aiutato la persona davanti a me in fila alle casse a mettere sul nastro i suoi acquisti mentre riempiva i sacchetti (tra l'altro si velocizza enormemente la coda, con beneficio di tutti e pochissima fatica)....In una parola ho cercato di portare un po' di umanità là dove pare proprio che sia sparita. I risultati sono stati immediati. L'aggressività si stempera, si ritorna a dialogare, si smorzano i cattivi umori, la qualità della vita migliora. I nostri simili sono come gli specchi: riflettono ciò che hanno di fronte. Se facciamo la faccia dura, è molto probabile che ci verrà ricambiata con uguale se non maggiore intensità. Se invece - anche nella frenesia generale che ottunde ogni residua sensibilità - riusciamo a conservare la nostra empatia per il mondo, la nostra disponibilità a vedere nell'altro non un nemico da cui difendersi, ma un "sosia" che ci assomiglia così tanto da confondersi con noi, ecco che il nostro atteggiamento cambia. Ricordiamoci che questo è anche il motto di questo blog, "Cambiamo noi": la speranza che, sommando tanti singoli comportamenti virtuosi, si pervenga a un cambiamento globale che porti pace e serenità a un livello più alto, per tutti. E' questo, per me, lo spirito del Natale. E con questa esortazione, certa che il mondo sarà migliore se noi per primi saremo migliori, vi saluto e vi auguro un nuovo anno pieno di buoni propositi realizzati!
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