giovedì 21 ottobre 2010

ANCORA MALEDUCAZIONE

Cari amici, dopo una lunga pausa estivo-autunnale (dovuta a qualche guaio di salute, in via di superamento), torno a scrivere su questo blog per parlare - ancora una volta - di maleducazione. Fateci caso: anche le persone più acculturate, che almeno in via ipotetica dovrebbero disporre di tutti gli strumenti per comportarsi civilmente, scivolano in un degrado generale di cafoneria, che si riflette e si allarga a tutto il contesto nazionale. Esempi? Quasi più nessuno mette una mano davanti alla bocca quando starnutisce, o tossisce, o sbadiglia, mostrando dentature spesso orribilmente malandate e lingue patinate di licheni verdastri.. Per non parlare della pessima abitudine di bere a canna direttamente dalla bottiglia, per poi riporla tranquillamente in frigo e offrirla da bere agli amici in visita, corredata dalla saliva del padrone di casa e dei suoi ineffabili familiari. Mi è capitato di declinare inorridita una simile offerta, dopo aver visto il tipo di comportamento che ho descritto sopra. Sembra incredibile, vero? Eppure, è un comportamento largamente diffuso, che ormai non fa più notizia. Mah. Davvero i nostri concittadini sprofondano irrimediabilmente verso una barbarie generalizzata. Ma noi non dobbiamo cedere all'andazzo generale. Difendiamoci da questi trogloditi di ritorno con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione: facciamogli notare le loro nefandezze, rifiutiamo scandalizzati la bottiglia tracannata da tutta la "bella famigliola italiota", richiamiamo all'uso delle buone maniere chi pare essersene dimenticato.... Non soccombiamo alla marea nera della maleducazione, che pare davvero - come il pozzo petrolifero al largo della Florida - non trovare mai il "tappo" giusto. Ma il tappo, credetemi, siamo noi.

martedì 6 luglio 2010

E' ESTATE: LA MATTANZA, FISICA E NON, DELLE DONNE

Lo dico con tristezza: questa è una stagione che con il caldo torrido e l'impazzimento generale, porta anche con sè la tragica serie di omicidi di cui sono vittime soprattutto le donne. Una vera mattanza. Strangolate, sgozzate, sparate, buttate in un canale, suicide per sfuggire a uno stupratore, le donne sono oggetto di una persecuzione che dovrebbe suonare come un campanello d'allarme sul degrado generale dei rapporti tra maschio e femmina qui in Italia, paese patriarcale e maschilista come nessuno. La causa scatenante di questi delitti è infatti quasi sempre una sola, declinata in cento modi diversi: la non acquiescenza al volere di un maschio. Che si tratti di un rapporto sessuale rifiutato, o di una relazione che non si vuole più portare avanti, o di uno spasimante che non si vuole accettare, o di una gelosia che non si può più sopportare, la ragione pressocché unica di queste barbare "rese dei conti" è che il maschio italiano non sopporta di confrontarsi con una volontà femminile che gli si oppone. Qui sta la sua intrinseca miseria e fragilità. Duro in auto, allo stadio, al lavoro, ma tragicamente debole nei suoi rapporti con il femminile, che regge solo se basati sul suo potere assoluto. E' meno banale di come si vuole farlo apparire, questo sentimento generale che aleggia - in modi più o meno tragici - nelle relazioni tra i sessi: esso affonda le radici nello strato tribale, preistorico, profondo del sentire nazionale, quello che ci ha portati solo 50 anni fa a eliminare dal codice penale il vergognoso articolo che giustificava il cosiddetto "delitto d'onore" e che - ancora pochi giorni fa - ha fatto dire alla Cassazione che un marito è autorizzato a picchiare la moglie se questa è "ribelle". Una sentenza barbara, che ci colloca agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi civili. Ma non ci sono solo questi casi estremi: nella vita quotidiana, ciascuna di noi sperimenta l'attitudine svalutativa dei propri partner, siano essi mariti o semplici compagni di vita, con i quali si fa un pezzo di strada insieme. Uomini ipercritici, mai contenti di come siamo, alla ricerca disperata di pretesti per farci sentire "sbagliate", inadeguate, da trasformare in altro. Che si tratti di pettinature, abiti, comportamenti, talenti, gli uomini sono sempre pronti a criticarci, a demolirci, a sgretolare le nostre certezze. Caso tipico estivo: lui che critica il nostro aspetto fisico alla prova-costume, essendo spesso sovrappeso, se non obeso, frequentemente calvo e quasi sempre assai meno giovanile di noi. Vere e proprie wet blanket che - con spirito di autodistruzione - ci portiamo appresso, con fatica, solitamente senza averne protezione, ma solo denigrazione e mortificazione. Masochismo puro.
Che fare, dunque? Cambiare. Cominciare a pensare a noi stesse in termini positivi, sentirci pronte a pretendere il riconoscimento del nostro merito, delle nostre qualità, cercare maschi evoluti che ci apprezzino per come siamo e ci gratifichino, che ascoltino con attenzione quel che abbiamo da dire, che ci facciano sentire quello che siamo veramente: importanti, indispensabili, vitali. Impariamo a diffidare da chi ha paura della nostra libertà, della nostra voglia di vivere, di chi è invidioso o geloso di ciò che siamo: trionfalmente, felicemente, risolutamente DONNE.
Buona estate a tutte... e arrivederci a settembre!

lunedì 21 giugno 2010


VELOCITA', MITO IN DECLINO

"Ahò, ma 'ndo cori? T'aspettano ar cimitero?", chiedono con smagato sarcasmo i romani ai sempre affannati milanesi, che corrono anche quando non serve (cioé quasi sempre). Guardo con distacco da entomologo i miei simili agitarsi come formiche impazzite nei formicai delle nostre città: movimento insensato, traiettorie imcomprensibili, frenesie senza motivo. Perché corriamo? Calma, ragazzi. Fermiamoci un attimo a riflettere. Nove volte su dieci corriamo perché tutti corrono, per puro spirito gregario. Solo in alcuni casi la velocità è necessaria. Ma càpita di rado. Corriamo per dimostrare qualcosa? Qualche volta. Per esempio, in macchina. Per far capire che la nostra auto è più potente di quella degli altri. E' un sintomo più maschile, ma sta contagiando anche le donne. Corriamo per far capire che siamo fighi? Sì, spesso. Per dimostrare mente pronta, riflessi scattanti. Correre è spesso un modo per ostentare potere. O almeno così era fino a qualche anno fa. Perché ora si fa largo un nuovo modo di essere "fighi": quello di concedersi il supremo lusso della lentezza. Ha cominciato Slow Food (in antitesi al fast food, decisamente fuori moda e relegato a fenomeno da terzo mondo), poi sono arrivati i viaggi slow, le città slow, i vini slow e via enumerando. Il vivere slow è ormai un manifesto filosofico, un modo di vivere, un'appartenenza. Vi ricordate la tipica frase Anni Sessanta: "Ueh, ho fatto Milano-Genova in un'ora, casello-casello!". Adesso, chi mai la direbbe senza rischiare di apparire terribilmente datato? Sembra una sciocchezza, ma dimostra quanto si sia evoluto il nostro atteggiamento molto più di qualsiasi analisi sociologica. La lentezza sta - lentamente, come si conviene - prendendosi la sua rivincita. Sempre più persone amano fare turismo lento in bici o a piedi. Il Camino di Santiago (800 km da percorrere rigorosamente a passo d'uomo) non ha mai conosciuto tanti proseliti, nemmeno del Medio Evo. Hanno iniziato le avanguardie cultural-sociali (come sempre), ma il cambiamento sta penetrando profondamente nella società, di pari passo con il declino dell'emblema stesso della velocità: il motore a scoppio. Un vecchio arnese futurista celebrato da Balla un secolo fa, che sta per andare in pensione, sostituito da un'altra modalità di spostamento più rispettosa dell'ambiente, delle nostre orecchie, dei nostri ritmi naturali. Sarà una rivoluzione lenta, ma costante. E il nostro mondo frenetico diventerà, un po' alla volta, un ricordo di cui sorridere, tra cent'anni, quando i nostri nipoti innaffieranno i fiori messi a dimora nell'auto di nonno Paolo, in giardino.

martedì 25 maggio 2010

RICOMINCIAMO A SORRIDERE




Cari amici, lo confesso: sono un po' delusa. Come mai non trovo più i vostri commenti? Vi ho molto annoiato? I miei sono brontolii da pentola di fagioli, inutili e deprimenti? Ricevo mail dai più stretti sostenitori, ma nulla dal resto del mondo. Consiglio: invece di mail personali, almeno voi affezionati visitatori, mandatemi commenti sul blog! Magari servirete da buon esempio anche per altri... La speranza è l'ultima a morire.
Ma non è di questo che volevo parlarvi oggi. Nel solco degli intenti dichiarati di questo blog ("Cambiamo noi") volevo mettervi a parte di un piccolo esperimento che sto portando avanti: da qualche mese, ho smesso di indossare l'abituale corazza + celata che nasconde le mie cordialità e ho iniziato a chiacchierare con i miei concittadini ad ogni minimo pretesto. Chessò: il tram non arriva, piove a dirotto da mesi, gli interisti festeggiano devastando di rifiuti piazza Duomo a Milano, ogni occasione è buona per attaccare bottone con passanti sconosciuti. E poi sorrido: alla vecchia signora che si allunga per prendere il detersivo sul ripiano troppo alto, alla ragazza che chiede un'informazione, al barista che mi fa il caffè. E poi ancora, saluto: il giornalaio, il negoziante sotto casa, la cassiera del supermercato, lo stradino che raccoglie le cartacce incivilmente buttate a terra, il peruviano che consegna il pacchetto parcheggiando il furgone in quarta fila.... L'attitudine cordiale è contagiosa. Vedremo aprirsi sorrisi, consolanti e radiosi come il sole dopo il nubifragio (e di questi tempi ne sappiamo qualcosa). Ci accorgeremo che anche i più trucidi concittadini nascondono un'anima sensibile e che tutti, ma proprio tutti, non aspettano altro che ritornare a sentirsi comunità. Perchè ognuno soffre della glaciazione che permea le nostre relazioni con il mondo, tutti avvertiamo con sofferenza il gelo astioso che opprime le nostre città. Ma manca la voglia o forse il coraggio di rischiare il sorriso, il prestito dello zucchero alla vicina, la battuta, l'empatia verso il prossimo. Eppure è da lì che dobbiamo ripartire. Si comincia da piccoli gesti di apertura. Cambiamo noi. Senza aspettare sempre che siano gli altri a farlo. Funziona. Provare per credere.

giovedì 13 maggio 2010

LE MOSTRE E I NUOVI MOSTRI

Cari lettori e amici, devo tornare una volta di più sul tema "i cari angioletti", già affrontato in questo blog. Mi è capitato qualche giorno fa di "tentare" di visitare la bella mostra "I due imperi", al Palazzo Reale di Milano. Dico "tentare" perché - per somma sfiga - ho avuto per compagni di visita un terzetto così composto: mamma di una trentina d'anni, marito o f.f. (facente funzioni) di 50-55 (rispettando l'ormai consueta tradizione dei babbi-nonni) e un bambinello di 2-3, figlio di entrambi. Orbene, la visita - che pregustavo calma e riflessiva, avendo scelto un giorno feriale e un orario in controtendenza, le 13 - si è rivelata una vera tortura. Impossibile leggere le didascali (fondamentali per capire l'ardito raffronto tra l'impero cinese e quello romano, in verità un po' tirato per i capelli..), impossibile concentrarsi sull'osservazione dei reperti, peraltro molto interessanti anche se "difficili", come quelli cinesi. C'erano anche i famosi "guerrieri di terracotta", provenienti da Xian, un luogo che forse non vedrò mai, e quindi doppiamente preziosi. Niente da fare. Il pargolo - al quale venivano spiegati uno ad uno gli oggetti esposti, ad alta voce e con la tipica cantilena dei genitori pedagoghi (una rottura pazzesca!) - dopo un po' si è giustamente seccato e ha iniziato a fare un baccano infernale. Pensate che i genitori abbiano deciso di darsi il cambio, uno portando fuori il figlio urlante e l'altro continuando in santa pace la visita? Niente affatto. Hanno continuato imperterriti a girare per le sale, trascinando il bimbo ormai ingovernabile e disturbando gli altri visitatori, che - pur palesemente contrariati - hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Da parte mia, ho cercato di trovare una soluzione rivolgendomi ad una delle sorveglianti e chiedendole se non ritenesse opportuno invitare i due genitori ad allontanarsi. Questa l'ineffabile risposta: "Io non c'entro niente, devo solo verificare che nessuno tocchi le opere esposte. Del resto (e qui arriva la solita frase italiota!) è un bambino, che ci vuole fare?". La solita storia: "sono ragazzi", "sono bambini", che ci vogliamo fare??? Ma i genitori che ci stanno a fare?? E se ti càpita di fare la visita con questi NUOVI MOSTRI, genitori-mucillaggine privi di rispetto per gli altri, incapaci di comprendere una verità lapalissiana - cioè che i bambini così piccoli vanno portati al circo o al parchetto, non alle mostre d'arte - CAVOLI TUOI. Anche se hai il diritto di godere del bene per il quale hai pagato un biglietto, spesso pure salato. E' troppo chiedere a chi organizza questi eventi, agli addetti ai lavori, agli assessori alla cultura, di istituire una semplice regola che vieti l'accesso alle mostre d'arte ai minori di 10 anni? A me parrebbe un provvedimento buono e giusto, che andrebbe a sanare l'evidente mancanza di educazione civica di molti cittadini-genitori, che si ostinano - rovinando a se stessi, ma soprattutto agli altri il piacere della fruizione artistica - a portarsi appresso bimbi piccoli, che non sono in grado di apprezzare e anzi ne sono oltremodo annoiati. Basta poco per ovviare: ci si dà il cambio se si è in due, si affida il piccolo a nonni o baby-sitter (per un paio d'ore, non è la morte di nessuno), insomma ci si organizza. Sono una crimilde mangia-pargoli se dico questo? Una sfasciafamiglie se sostengo il mio/nostro diritto a vedere in pace e silenzio una mostra? Se pretendo che le autorità facciano il loro mestiere stabilendo giuste regole? Fatemi sapere. Sono curiosa di avere un vostro parere. Ciao

giovedì 22 aprile 2010

SSST.... FACCIAMO SILENZIO

Con le orecchie ferite dal frastuono assurdo e spesso di pura maleducazione della città, mi sono chiesta: ma dove'è finita la "lotta ai rumori" che verso la primavera inoltrata era annunciata da manifesti affissi sui muri di metropoli e paesi, in cui si minacciavano multe a chi disturbava la quiete pubblica? Ve li ricordate? Erano teneri e innocui, lo so: mai nessuno ha visto vigili punire i micidiali motorini spaccatimpani o il tifoso assatanato che fa i caroselli a clacson spiegato per la vittoria della sua squadra, credendo che il mondo intero debba condividere la sua rozza esultanza (se sapesse invece quante giuste maledizioni gli si manda, smetterebbe al volo...). Quei manifesti d'antan sancivano quantomeno un principio: che il rumore fa male, che è proibito, che il codice penale punisce chi disturba gli altri facendolo. Ora non esiste più nemmeno questa foglia di fico e le nostre amministrazioni si sono arrese alla marea montante degli incivili, che fanno rumore per principio: negozi che sparano decibel come pallottole, locali con musica talmente alta da rendere impossibile la conversazione, clacson impazziti, motori che ruggiscono come animali preistorici, telefonatori peripatetici che urlano come ossessi per strada, suonerie demenziali che impazzano ovunque. E' un delirio di suoni inarticolati, dissonanti, cacofonici, assordanti, che ci segue ovunque, braccandoci anche dove un tempo eri certo di trovare un momento di pace: mezzi pubblici, cinema, mostre, treni, chiese, giardini pubblici. Mi fanno tristezza quei poveretti che corrono al parco con il filo dell'Ipod penzoloni dall'orecchio, qui dove dovrebbe regnare solo lo stormire degli alberi e i richiami dei bambini.... Ma li capisco: per difenderci dal rumore altrui, spesso ne produciamo di nostro, almeno ci scegliamo quello che più ci piace. E' un po' il meccanismo del ristorante: se qualcuno comincia ad alzare la voce a tavola, tutti gli altri avventori saranno costretti a fare altrettanto per soverchiare il rumore di fondo e così via, in un circolo vizioso che rende spesso i nostri ristoranti tristemente famosi nel mondo per il loro frastuono che costringe i clienti a gridarsi nelle orecchie, quando invece dovremmo tutti quanti abbassare la voce per ritornare a sentire, a sentirci. Che fare? Come antidoto, proporrei di boicottare tutti quegli esercizi pubblici che sparano musica a tutto volume (tra i peggiori, vorrei citare Abercrombie & Fitch di corso Matteotti a Milano, un luogo infernale, infestato da un deodorante per ambienti dolciastro che ti rimane addosso per giorni e dove la musica è insopportabilmente alta, per i clienti ma soprattutto per i poveri ragazzi che ci lavorano, minacciati da sordità precoce per troppa esposizione acustica... Ma l'Asl o l'Inail non hanno nulla da dire??). Poi, vorrei esortarvi a "rifarvi le orecchie" visitando il Bosco del Silenzio: un luogo magicamente privo di suoni umani, dove ritrovare il gusto dei rumori della natura. Tredici ettari di alberi, ronzio di api, cinguettare di uccellini, picchiettare di picchi, a Serralunga d'Alba, nella bassa Langa del Barolo, lungo un sentiero fatto di dodici tappe, dalla contemplazione al cammino, dalla meditazione al naufragio nell'infinito mare di verde... L'ideatore di questa meraviglia è Oscar Farinetti, l'imprenditore piemontese che ha creato Eataly, altra iniziativa di grande successo. Dopo aver acquistato la tenuta di Fontanafredda (quella che Vittorio Emanuele II donò alla sua amante, la Bèla Rusin...), ha deciso di conservare questo ultima foresta di Langa e di consacrarla al culto del più esclusivo dei lussi: il Silenzio. Nel bosco si può camminare, pensare, ascoltare, leggere i cartelli con brani di poeti famosi (Baudelaire, Leopardi, Whitman...), ma non fare rumore. Che splendida idea. Che magnifico regalo. Andateci. Ascoltate Sua Maestà il Silenzio, il dio sfuggente e aristocratico. Sarà un balsamo per le vostre orecchie e una consolazione per la vostra anima.

giovedì 8 aprile 2010

I CARI ANGIOLETTI

Ebbene sì. Sto per infrangere uno dei più resistenti tabù italici: quello dei frugoletti, che sono sempre oggetto di smorfie e gridolini compiaciuti, orgoglio e vanto di mamma e papà. In Italia vige un'ipocrita e irritante "mistica della famiglia", peraltro contraddetta nei fatti da una politica sorda ai suoi bisogni reali (asili nido, orari dei negozi compatibili con quelli della madre lavoratrice, assistenza a domicilio e via enumerando), nonchè dalle innumerevoli nequizie da cronaca nera che ogni giorno si perpetrano nei piccoli inferni familiari, tra le mura domestiche. Ma tant'é. Questo è una strano Paese, dove l'importante è il finto perbenismo e l'ipocrisia. Tutto questo cappello per arrivare a dire una cosa impopolare: che i bambini in Italia sono nella stragrande maggioranza i più ineducati, molesti e insopportabili del mondo. Con mamme dal sorriso estasiato che - quando il pargolo urla a squarciagola in un luogo pubblico - invece di intervenire, ti guardano con l'aria di chi cerca la tua affettuosa partecipazione: "Ma lo vedi quanto è bravo a gridare questo figlio mio?". Redarguirlo? Non sia mai! La mamma e il papà italioti sono tendenzialmente molto fieri di esibire bambini socialmente impresentabili e assai restii a educarli: una fatica bestia, scherziamo? Lasciamo che i cari angioletti si mettano le dita nel naso, strillino come ossessi, lancino la palla in faccia ai passanti, buttino le cartacce per terra! Tanto "sono bambini", che diamine! Mica vorremo già angariarli con le regole, quelle stesse che peraltro da grandi saranno esortati a non rispettare! L'educazione? Roba da vecchi nostalgici, asburgici di ritorno, fascisti e quant'altro. Le regole? Il più tardi possibile e solo se costretti con la forza. Questo è un Paese dove è per prima la famiglia a non insegnare più il rispetto della convivenza sociale. E lo fa proteggendo amorosamente i propri figli nei loro comportamenti più incivili, quando non dichiaratamente eterolesivi. Basta leggere i giornali: troppe madri che difendono a spada tratta i figli che buttano i sassi dal cavalcavia o torturano l'handicappato. "Sono ragazzi", perbacco! Oppure basta parlare con gli ultimi insegnanti che tentano ancora, disperatamente, di far rispettare la disciplina a scuola: genitori inferociti li denunciano al Tar per aver osato rimproverarli o assegnare loro un brutto voto. Lesa maestà. I figli so' piezz'e core. E non si toccano. E' una logica preistorica, da cosca, tribale. L'Italia va lentamente in rovina, corrosa dall'interno da questa pigrizia genitoriale, dall'interessata compiacenza del potere, da questa beota rassegnazione al peggio, dal familismo becero che domina incontrastato. Non esistono bambini cattivi, esistono cattivi genitori. Stiamo allevando una generazione di piccoli tiranni, abituati a fare ciò che vogliono, senza limiti nè regole nè educazione. Se penso che un giorno saranno classe dirigente, mi vengono i brividi.