Cari Amici,
ho avuto modo di sperimentare - in questi giorni convulsi prima di Natale - quanto sia grande e portentoso il potere della gentilezza. Anche nelle città nevroticamente indaffarate come Milano, dove i passanti si aggirano frenetici per negozi urtandosi con malagrazia e gli automobilisti strombazzano anche alla minima esitazione, si può e si deve portare un esempio positivo. E' inutile lamentarci per l'invivibilità che sembra regnare nel nostro habitat se non siamo disposti - noi per primi - a invertire la rotta e mutare profondamente i nostri automatismi comportamentali. L'ho verificato di persona: ho risposto con un sorriso a chi mi urtava, ringraziato con calore chi mi prestava un servizio (la cassiera del supermercato, il benzinaio, la commessa...), fatto un cenno di riconoscenza all'automobilista cortese che mi lasciava il passo nonostante la follia del traffico, aiutato la persona davanti a me in fila alle casse a mettere sul nastro i suoi acquisti mentre riempiva i sacchetti (tra l'altro si velocizza enormemente la coda, con beneficio di tutti e pochissima fatica)....In una parola ho cercato di portare un po' di umanità là dove pare proprio che sia sparita. I risultati sono stati immediati. L'aggressività si stempera, si ritorna a dialogare, si smorzano i cattivi umori, la qualità della vita migliora. I nostri simili sono come gli specchi: riflettono ciò che hanno di fronte. Se facciamo la faccia dura, è molto probabile che ci verrà ricambiata con uguale se non maggiore intensità. Se invece - anche nella frenesia generale che ottunde ogni residua sensibilità - riusciamo a conservare la nostra empatia per il mondo, la nostra disponibilità a vedere nell'altro non un nemico da cui difendersi, ma un "sosia" che ci assomiglia così tanto da confondersi con noi, ecco che il nostro atteggiamento cambia. Ricordiamoci che questo è anche il motto di questo blog, "Cambiamo noi": la speranza che, sommando tanti singoli comportamenti virtuosi, si pervenga a un cambiamento globale che porti pace e serenità a un livello più alto, per tutti. E' questo, per me, lo spirito del Natale. E con questa esortazione, certa che il mondo sarà migliore se noi per primi saremo migliori, vi saluto e vi auguro un nuovo anno pieno di buoni propositi realizzati!
mercoledì 22 dicembre 2010
martedì 30 novembre 2010
LA CULTURA DELLA GUERRA
Mi è capitato qualche giorno fa di curiosare in un grande magazzino: tanto per non far nomi, Coin di corso Vercelli a Milano. Tra i giocattoli in bella mostra, ho notato un'intera sezione dedicata alle armi da guerra, tutte in formato ridotto, ma corredate da inequivocabili scritte: "FUCILE DA ASSALTO", "PISTOLA A RIPETIZIONE", riproduzione da originale in dotazione all'Esercito Italiano, con tanto di bandierina tricolore... E - ciliegina sulla torta - la scritta "non adatto a bambini inferiori a 3 anni". Meno male! Credevo che tali oggetti venissero messi direttamente nella culla del neonato, così capisce subito dove è capitato... La cosa mi ha sconcertato parecchio, se si tiene conto di tutte le ipocrite dichiarazioni sulla pace cui assistiamo quotidianamente. Poi, il consumismo che impera ormai sul Natale e su ogni forma di attività umana, provvede a riportarci alla realtà: l'importante è SPENDERE, al diavolo la morale. Altro che il bambin Gesù e le carole!Mettiamo nelle mani di bambini (maschi e portatori di una cultura di violenza che perdura a dispetto di qualsiasi evoluzione culturale) strumenti di morte e simboli di un retaggio ancestrale che dovrebbe essere bandito - almeno nelle intenzioni - nelle nostre "progredite" metropoli occidentali. La guerra è una faccenda che mostra sempre di più la sua natura primitiva, la sua incapacità di risolvere i conflitti, la sua sostanziale antistoricità... Eppure, il buyer del Gruppo Coin si è sentito assolutamente a suo agio nel proporre alla sua clientela (immaginiamo moderatamente acculturata, moderatamente benestante, moderatamente "buonista") questi orrendi oggetti perchè ne facciano un bel pacchetto da mettere sotto l'albero per i loro pargoli. Complimenti. Perché non mettere anche belle riproduzioni a grandezza naturale di bombe a mano, mine antiuomo o patiboli?
Ho chiesto di parlare con il responsabile del punto vendita per manifestargli la mia indignazione per una scelta così aberrante. Mi è sembrato sinceramente contrito. Ha preso l'impegno di riferire il mio disappunto ai vertici aziendali. Spero lo farà. Intanto, intorno a me, si era radunata una piccola folla di mamme e nonne in shopping natalizio che hanno sostenuto la mia posizione. Rifletto: ma se in Italia il ministro La Russa spende 150 milioni di euro per 4 caccia bombardieri e il ministro Bondi ne taglia altrettanti alla cultura, non vi colpisce la relazione?
Buon Natale. E che il Dio della pace ci aiuti.
Ho chiesto di parlare con il responsabile del punto vendita per manifestargli la mia indignazione per una scelta così aberrante. Mi è sembrato sinceramente contrito. Ha preso l'impegno di riferire il mio disappunto ai vertici aziendali. Spero lo farà. Intanto, intorno a me, si era radunata una piccola folla di mamme e nonne in shopping natalizio che hanno sostenuto la mia posizione. Rifletto: ma se in Italia il ministro La Russa spende 150 milioni di euro per 4 caccia bombardieri e il ministro Bondi ne taglia altrettanti alla cultura, non vi colpisce la relazione?
Buon Natale. E che il Dio della pace ci aiuti.
domenica 21 novembre 2010
L'AGRICOLTURA STA SPARENDO?
Girando per le campagne lombardo-venete ho notato una miriade di vecchie cascine in abbandono, quasi sepolte tra capannoni e svincoli autostradali, come relitti di un gigantesco naufragio. Questa visione mi ha fatto riflettere sulla progressiva sparizione - sempre più accelerata - di campi coltivati, orti, frutteti e di quei presìdi del territorio che erano le vecchie case coloniche. Il nostro paesaggio, fino a 50 anni fa così omogeneo e "leggibile", è stato travolto e sfigurato da una colata di brutte costruzioni senza estetica e, spesso, senza alcuna utilità, come testimoniano i numerosi striscioni "affittasi" o "vendesi" che costellano queste brutture senza acquirenti. A parte l'ovvio sospetto che si tratti di interventi edilizi fini a se stessi, cioé utili solo a riciclare denaro sporco, rimane da chiedersi quando finirà questo insensato consumo di suolo, che fa retrocedere sempre più la nostra agricoltura. Non voglio addentrarmi in considerazioni filosofiche, ma restare in un campo che conosco: l'agricoltura è la vera sentinella del territorio. Solo questa attività permette infatti un vero e proprio lavoro di "manutenzione" del suolo, controllandone le acque superficiali, impedendo il degrado ambientale, esercitando una salutare quanto fondamentale "custodia" del patrimonio naturale che appartiene a tutti. Guardo con molta preoccupazione alla progressiva marginalizzazione dell'attività agricola in pianura padana, un tempo modello di buona gestione del territorio. Mi chiedo dove andremo a rifornirci degli alimenti indispensabili alla nostra sopravvivenza. Saremo costretti a indebitarci ulteriormente comprando dai paesi esteri? Daremo un'altra spallata all'ambiente facendo viaggiare le merci su gomma con il conseguente inquinamento, oltre all'intasamento delle nostre strade già così congestionate? A me pare che in questo settore manchi una volontà a livello politico di incoraggiare e sviluppare la nostra agricoltura. E lo dimostrano le reiterate manifestazioni dei coltivatori diretti e degli allevatori degli ultimi mesi. Cosa possiamo fare noi per contrastare questa deriva che minaccia di soffocare la nostra agricoltura e degradare irrimediabilmente le nostre residue bellezze? Abbiamo un solo, potente strumento: il nostro potere di acquisto. Usiamolo. Compriamo prodotti agricoli a kilometro zero dai nostri amici contadini che ancora resistono, associamoci in gruppi d'acquisto solidale, privilegiamo sempre l'agricoltura di prossimità, evitiamo le grandi catene distributive che seguono logiche di puro profitto (avete fatto caso che nei supermercati i prodotti freschi arrivano spesso dall'estero o da zone depresse, dove evidentemente si strozzano i contadini con prezzi risibili?), facciamo i nostri regali di Natale nei reparti alimentari del commercio equo e solidale... L'agricoltura deve vivere per farci vivere tutti meglio. Salviamola.
giovedì 21 ottobre 2010
ANCORA MALEDUCAZIONE
Cari amici, dopo una lunga pausa estivo-autunnale (dovuta a qualche guaio di salute, in via di superamento), torno a scrivere su questo blog per parlare - ancora una volta - di maleducazione. Fateci caso: anche le persone più acculturate, che almeno in via ipotetica dovrebbero disporre di tutti gli strumenti per comportarsi civilmente, scivolano in un degrado generale di cafoneria, che si riflette e si allarga a tutto il contesto nazionale. Esempi? Quasi più nessuno mette una mano davanti alla bocca quando starnutisce, o tossisce, o sbadiglia, mostrando dentature spesso orribilmente malandate e lingue patinate di licheni verdastri.. Per non parlare della pessima abitudine di bere a canna direttamente dalla bottiglia, per poi riporla tranquillamente in frigo e offrirla da bere agli amici in visita, corredata dalla saliva del padrone di casa e dei suoi ineffabili familiari. Mi è capitato di declinare inorridita una simile offerta, dopo aver visto il tipo di comportamento che ho descritto sopra. Sembra incredibile, vero? Eppure, è un comportamento largamente diffuso, che ormai non fa più notizia. Mah. Davvero i nostri concittadini sprofondano irrimediabilmente verso una barbarie generalizzata. Ma noi non dobbiamo cedere all'andazzo generale. Difendiamoci da questi trogloditi di ritorno con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione: facciamogli notare le loro nefandezze, rifiutiamo scandalizzati la bottiglia tracannata da tutta la "bella famigliola italiota", richiamiamo all'uso delle buone maniere chi pare essersene dimenticato.... Non soccombiamo alla marea nera della maleducazione, che pare davvero - come il pozzo petrolifero al largo della Florida - non trovare mai il "tappo" giusto. Ma il tappo, credetemi, siamo noi.
martedì 6 luglio 2010
E' ESTATE: LA MATTANZA, FISICA E NON, DELLE DONNE
Lo dico con tristezza: questa è una stagione che con il caldo torrido e l'impazzimento generale, porta anche con sè la tragica serie di omicidi di cui sono vittime soprattutto le donne. Una vera mattanza. Strangolate, sgozzate, sparate, buttate in un canale, suicide per sfuggire a uno stupratore, le donne sono oggetto di una persecuzione che dovrebbe suonare come un campanello d'allarme sul degrado generale dei rapporti tra maschio e femmina qui in Italia, paese patriarcale e maschilista come nessuno. La causa scatenante di questi delitti è infatti quasi sempre una sola, declinata in cento modi diversi: la non acquiescenza al volere di un maschio. Che si tratti di un rapporto sessuale rifiutato, o di una relazione che non si vuole più portare avanti, o di uno spasimante che non si vuole accettare, o di una gelosia che non si può più sopportare, la ragione pressocché unica di queste barbare "rese dei conti" è che il maschio italiano non sopporta di confrontarsi con una volontà femminile che gli si oppone. Qui sta la sua intrinseca miseria e fragilità. Duro in auto, allo stadio, al lavoro, ma tragicamente debole nei suoi rapporti con il femminile, che regge solo se basati sul suo potere assoluto. E' meno banale di come si vuole farlo apparire, questo sentimento generale che aleggia - in modi più o meno tragici - nelle relazioni tra i sessi: esso affonda le radici nello strato tribale, preistorico, profondo del sentire nazionale, quello che ci ha portati solo 50 anni fa a eliminare dal codice penale il vergognoso articolo che giustificava il cosiddetto "delitto d'onore" e che - ancora pochi giorni fa - ha fatto dire alla Cassazione che un marito è autorizzato a picchiare la moglie se questa è "ribelle". Una sentenza barbara, che ci colloca agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi civili. Ma non ci sono solo questi casi estremi: nella vita quotidiana, ciascuna di noi sperimenta l'attitudine svalutativa dei propri partner, siano essi mariti o semplici compagni di vita, con i quali si fa un pezzo di strada insieme. Uomini ipercritici, mai contenti di come siamo, alla ricerca disperata di pretesti per farci sentire "sbagliate", inadeguate, da trasformare in altro. Che si tratti di pettinature, abiti, comportamenti, talenti, gli uomini sono sempre pronti a criticarci, a demolirci, a sgretolare le nostre certezze. Caso tipico estivo: lui che critica il nostro aspetto fisico alla prova-costume, essendo spesso sovrappeso, se non obeso, frequentemente calvo e quasi sempre assai meno giovanile di noi. Vere e proprie wet blanket che - con spirito di autodistruzione - ci portiamo appresso, con fatica, solitamente senza averne protezione, ma solo denigrazione e mortificazione. Masochismo puro.
Che fare, dunque? Cambiare. Cominciare a pensare a noi stesse in termini positivi, sentirci pronte a pretendere il riconoscimento del nostro merito, delle nostre qualità, cercare maschi evoluti che ci apprezzino per come siamo e ci gratifichino, che ascoltino con attenzione quel che abbiamo da dire, che ci facciano sentire quello che siamo veramente: importanti, indispensabili, vitali. Impariamo a diffidare da chi ha paura della nostra libertà, della nostra voglia di vivere, di chi è invidioso o geloso di ciò che siamo: trionfalmente, felicemente, risolutamente DONNE.
Buona estate a tutte... e arrivederci a settembre!
Che fare, dunque? Cambiare. Cominciare a pensare a noi stesse in termini positivi, sentirci pronte a pretendere il riconoscimento del nostro merito, delle nostre qualità, cercare maschi evoluti che ci apprezzino per come siamo e ci gratifichino, che ascoltino con attenzione quel che abbiamo da dire, che ci facciano sentire quello che siamo veramente: importanti, indispensabili, vitali. Impariamo a diffidare da chi ha paura della nostra libertà, della nostra voglia di vivere, di chi è invidioso o geloso di ciò che siamo: trionfalmente, felicemente, risolutamente DONNE.
Buona estate a tutte... e arrivederci a settembre!
lunedì 21 giugno 2010
VELOCITA', MITO IN DECLINO
"Ahò, ma 'ndo cori? T'aspettano ar cimitero?", chiedono con smagato sarcasmo i romani ai sempre affannati milanesi, che corrono anche quando non serve (cioé quasi sempre). Guardo con distacco da entomologo i miei simili agitarsi come formiche impazzite nei formicai delle nostre città: movimento insensato, traiettorie imcomprensibili, frenesie senza motivo. Perché corriamo? Calma, ragazzi. Fermiamoci un attimo a riflettere. Nove volte su dieci corriamo perché tutti corrono, per puro spirito gregario. Solo in alcuni casi la velocità è necessaria. Ma càpita di rado. Corriamo per dimostrare qualcosa? Qualche volta. Per esempio, in macchina. Per far capire che la nostra auto è più potente di quella degli altri. E' un sintomo più maschile, ma sta contagiando anche le donne. Corriamo per far capire che siamo fighi? Sì, spesso. Per dimostrare mente pronta, riflessi scattanti. Correre è spesso un modo per ostentare potere. O almeno così era fino a qualche anno fa. Perché ora si fa largo un nuovo modo di essere "fighi": quello di concedersi il supremo lusso della lentezza. Ha cominciato Slow Food (in antitesi al fast food, decisamente fuori moda e relegato a fenomeno da terzo mondo), poi sono arrivati i viaggi slow, le città slow, i vini slow e via enumerando. Il vivere slow è ormai un manifesto filosofico, un modo di vivere, un'appartenenza. Vi ricordate la tipica frase Anni Sessanta: "Ueh, ho fatto Milano-Genova in un'ora, casello-casello!". Adesso, chi mai la direbbe senza rischiare di apparire terribilmente datato? Sembra una sciocchezza, ma dimostra quanto si sia evoluto il nostro atteggiamento molto più di qualsiasi analisi sociologica. La lentezza sta - lentamente, come si conviene - prendendosi la sua rivincita. Sempre più persone amano fare turismo lento in bici o a piedi. Il Camino di Santiago (800 km da percorrere rigorosamente a passo d'uomo) non ha mai conosciuto tanti proseliti, nemmeno del Medio Evo. Hanno iniziato le avanguardie cultural-sociali (come sempre), ma il cambiamento sta penetrando profondamente nella società, di pari passo con il declino dell'emblema stesso della velocità: il motore a scoppio. Un vecchio arnese futurista celebrato da Balla un secolo fa, che sta per andare in pensione, sostituito da un'altra modalità di spostamento più rispettosa dell'ambiente, delle nostre orecchie, dei nostri ritmi naturali. Sarà una rivoluzione lenta, ma costante. E il nostro mondo frenetico diventerà, un po' alla volta, un ricordo di cui sorridere, tra cent'anni, quando i nostri nipoti innaffieranno i fiori messi a dimora nell'auto di nonno Paolo, in giardino.
martedì 25 maggio 2010
RICOMINCIAMO A SORRIDERE
Cari amici, lo confesso: sono un po' delusa. Come mai non trovo più i vostri commenti? Vi ho molto annoiato? I miei sono brontolii da pentola di fagioli, inutili e deprimenti? Ricevo mail dai più stretti sostenitori, ma nulla dal resto del mondo. Consiglio: invece di mail personali, almeno voi affezionati visitatori, mandatemi commenti sul blog! Magari servirete da buon esempio anche per altri... La speranza è l'ultima a morire.
Ma non è di questo che volevo parlarvi oggi. Nel solco degli intenti dichiarati di questo blog ("Cambiamo noi") volevo mettervi a parte di un piccolo esperimento che sto portando avanti: da qualche mese, ho smesso di indossare l'abituale corazza + celata che nasconde le mie cordialità e ho iniziato a chiacchierare con i miei concittadini ad ogni minimo pretesto. Chessò: il tram non arriva, piove a dirotto da mesi, gli interisti festeggiano devastando di rifiuti piazza Duomo a Milano, ogni occasione è buona per attaccare bottone con passanti sconosciuti. E poi sorrido: alla vecchia signora che si allunga per prendere il detersivo sul ripiano troppo alto, alla ragazza che chiede un'informazione, al barista che mi fa il caffè. E poi ancora, saluto: il giornalaio, il negoziante sotto casa, la cassiera del supermercato, lo stradino che raccoglie le cartacce incivilmente buttate a terra, il peruviano che consegna il pacchetto parcheggiando il furgone in quarta fila.... L'attitudine cordiale è contagiosa. Vedremo aprirsi sorrisi, consolanti e radiosi come il sole dopo il nubifragio (e di questi tempi ne sappiamo qualcosa). Ci accorgeremo che anche i più trucidi concittadini nascondono un'anima sensibile e che tutti, ma proprio tutti, non aspettano altro che ritornare a sentirsi comunità. Perchè ognuno soffre della glaciazione che permea le nostre relazioni con il mondo, tutti avvertiamo con sofferenza il gelo astioso che opprime le nostre città. Ma manca la voglia o forse il coraggio di rischiare il sorriso, il prestito dello zucchero alla vicina, la battuta, l'empatia verso il prossimo. Eppure è da lì che dobbiamo ripartire. Si comincia da piccoli gesti di apertura. Cambiamo noi. Senza aspettare sempre che siano gli altri a farlo. Funziona. Provare per credere.
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